Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 03: Creature della notte.


Titolo originale: The Enchanted World 03: Night Creatures. 1986
Traduzione e adattamento di: Janice Parker, Simona Molteni.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
 Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Dagli angoli reconditi della mente emergono le creature pi temute, le pi sanguinarie, le pi diaboliche. Un viaggio allucinante ai confini della paura nel tentativo di esorcizzare i nostri demoni.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
Minaccia dall'Oscurit.
Il Ritorno di Finn, Figlio di Cumhall.
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Capitolo Due.
Visite dal Regno delle Ombre.
Nel Mondo dei Sogni.
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Capitolo Tre.
Le feste Sanguinarie dei Dannati.
La Creatura Notturna di Croglin Grange.
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Capitolo Quattro.
Il sentiero dei mannari.
La Fanciulla Volpe.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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Un tempo, su un'isola danese, dove la vegetazione paludosa si piegava alle raffiche dei venti invernali, sorgeva il palazzo degli Scylding, chiamato Heorot, che, come un faro, illuminava le lunghe notti nordiche. Al suo interno, focolari e torce donavano calore e luce e i corni conviviali circolavano numerosi tra i soldati del clan Scylding; i bardi intonavano le lodi del loro capo Hrothgar - il valoroso sovrano - e i suonatori di arpa cantavano con entusiasmo. Intanto, fuori dalle rassicuranti mura del palazzo, al freddo e nelle tenebre, vagava una strana creatura.
Nonostante avesse sembianze umane,
quell'essere non era un uomo. Enorme e peloso, procedeva con andatura dinoccolata nella nebbia che di notte avvolgeva la brughiera; di tanto in tanto i suoi artigli annaspavano nel fango per ghermire qualche piccolo e sventurato animale.
Era vecchio, vecchio come il mondo. Per molti secoli aveva girovagato al calare della notte, incurante degli umani. La sua attenzione era inevitabilmente attratta dal palazzo forse per la luce della luna sul tetto dorato o forse per le grida di gioia che si levavano dal suo interno. Si era fatto strada sull'isola e si era fermato ai piedi delle imponenti mura di Heorot, indietreggiando abbagliato dalla luce proveniente dall'interno, mentre il dolce suono dell'arpa fluttuava nell'aria. La bestia serr gli artigli ed emise un sordo brontolio, infuriata all'udire i canti gioiosi degli uomini.
Per timore della luce o forse per astuzia, la creatura attese nell'ombra che ogni suono cessasse e che l'incandescenza dei focolari si attenuasse. Quando il silenzio pervase l'edificio e i soldati di Hrothgar caddero addormentati sui loro giacigli di paglia, buss alle enormi porte di Heorot.
Qualcuno venne ad aprire. Nell'ampia e buia stanza la grande sagoma ondeggiava, muovendo la testa da una parte all'altra e dilatando le narici per annusare il profumo degli uomini.
Cominci il suo "festinoafferrando i soldati con gli artigli, strappando loro i tendini e spezzando le ossa con le sue possenti mascelle. Solo quando i peli del suo muso furono completamente intrisi del sangue delle sue vittime, la bestia scomparve nelle tenebre. Per il momento era sazia, ma aveva trascinato nella sua tana due corpi. I resti del macabro banchettto vennero lasciati dov'erano, orribilmente maciullati.
Alcuni fortunati si erano rannicchiati negli angoli del palazzo senza farsi notare, sopravvivendo all'orrore cos da raccontare questa storia.
Da quel momento ebbe inizio l'assedio di Heorot, un orrore che dur dodici lunghi
anni. Di tanto in tanto, durante la notte, la creatura attaccava, seminando la morte nel palazzo, nessun uomo poteva resistere ad una simile devastazione; nessuna arma poteva fermare la bestia. Il suo potere e la sua crudelt erano al di l di ogni esperienza umana.
Ben presto le strade dell'isola furono costellate di cumuli di bare. I soldati di Hrothgar che erano sopravvissuti non osavano pi avvicinarsi ad Heorot. Durante la notte si rifugiavano con il bestiame nelle loro modeste dimore, timorosi di avventurarsi fuori. Heorot, il palazzo d'oro, era ormai divenuto tenebroso e freddo, lasciato a quella creatura che saltellava goffamente l dentro nelle notti di luna. Gli Scylding le avevano dato un nome, Grendel, che significa "macinatore".
Il racconto della sofferenza degli Scylding, del declino dei loro soldati e della distruzione del regno raggiunse lidi lontani. Molti uomini evitavano di avvicinarsi all'isola ma un impavido soldato decise di raggiungerla.
Arriv con la sua armatura e le armi nobili, con un seguito di quattordici compagni.
La sentinella che sulla spiaggia intim l'altol allo straniero appena sbarcato conosceva gi il suo nome, come pure Hrothgar. Il nuovo arrivato era Beowulf, giovane signore del regno dei Geati d'oriente; il suo nome, "Beowulf", che significa "orso", esprimeva la sua forza straordinaria. In lui il valore, la grazia e la carit erano tali da distinguerlo dagli altri uomini.
Beowulf era un eroe, una luce per il popolo in un'epoca oscura.
Disse a Hrothgar di essere giunto sull'isola per combattere Grendel e il sovrano degli Scylding lo ammir per il suo coraggio. Ad Heorot si riaccesero i camini e il loro fumo, levandosi dai fori delle travi, sventolava come una bandiera nell'aria della sera. Gli uomini festeggiavano mangiando cacciagione accompagnata da pesanti pagnotte rotonde. Come ai vecchi tempi, la regina di Hrothgar camminava tra i guerrieri, offrendo a ciascuno il corno d'oro conviviale. Il suono dell'arpa risuonava dai giardini del palazzo attraverso le paludi spazzate dal vento.
Quando la festa fin e l'arpa cess di suonare, gli Scylding si ritirarono in zone sicure e lasciarono il posto a Beowulf. Egli vide che i fuochi si stavano spegnendo e che i suoi uomini si erano distesi su giacigli di paglia per dormire. Si sfil l'armatura a maglia e la depose assieme all'elmo e alla spada, sapendo che la creatura non poteva essere colpita con armi create dall'uomo ma doveva essere combattuta con la sola forza delle braccia.
Beowulf si prepar ad affrontare l'oscurit; si avvolse nel suo mantello e si stese accanto al camino. Il fuoco si spense; le travi sparirono nelle tenebre. Ascoltava attentamente qualsiasi suono potesse annunciare l'avvicinarsi della bestia ma non udiva nulla se non lo scoppiettio delle braci e il respiro lento dei suoi compagni.
L'attacco arriv improvviso, come una raffica di vento: unico preavviso fu il fremito che scosse il pavimento di terra del palazzo. Le porte si spalancarono e un'ombra nera si stagli contro il cielo, oscurando le stelle. Con una rapidit che sorprese Beowulf, la creatura afferr l'uomo pi vicino alla porta. Prima che la vittima potesse protestare, la sua gola venne squarciata e la sua spina dorsale spezzata dalle grandi mascelle.
Beowulf, vistosi impotente, rimase in silenzio, fingendo di dormire, bench gli altri si fossero prontamente alzati. Forse con l'intento di colpire per prima la preda pi facile, Grendel si volse verso Beowulf; allora il giovane, balzando in aria come una molla, colse di sorpresa la bestia. Sfuggendo alla presa della creatura, afferr una delle zampe nella sua morsa di ferro, piegando all'indietro gli artigli insanguinati. Grendel si dibatt, grid, tentando di fuggire, ma Beowulf era troppo forte.
Nella lotta mortale che segu, si schiantarono al suolo le panche e le ceneri ardenti si sparsero, accendendo fuochi in tutto il palazzo. I soldati Geati circondarono i due combattenti, cercando un varco per colpire la bestia. Ogni volta, per, le loro lame rimbalzavano sulla pelle coriacea di Grendel. Con la forza di un orso, Beowulf stringeva la zampa del nemico, torcendola ogni volta che questi cercava di liberarsi. Alla fine la zampa scricchiol e si ruppe, lasciando scoperto un osso bianco sotto la carne lacerata della spalla. Grendel strisciava e continuava a sobbalzare; improvvisamente la carne si lacer ancora e del sangue nero zampill dal braccio mutilato. Lamentandosi mentre la sua vita si spegneva, la bestia inciamp nell'oscurit, cercando disperatamente la sua tana.
Nel salone, Beowulf, grondante di sudore, stringeva ancora in mano la zampa pelosa di Grendel. Aiutato dai suoi uomini appese quel trofeo insanguinato sul timpano pi alto di Heorot e chiam a raccolta gli Scylding per constatare il trionfo.
La notte successiva, Heorot risuonava di risa e canti e gli Scylding tornarono ancora una volta a dormire sotto le travi scolpite. I festeggiamenti per erano inopportuni. Al mattino, infatti, mancava un uomo; la traccia di sangue sul fango all'esterno provava che era stato trascinato via. Qualche assassino spietato circolava ancora.
I soldati anziani ritenevano che si trattasse della madre di Grendel venuta per vendicarsi. Finch la bestia assetata di sangue fosse sopravvissuta, ad Heorot non vi sarebbero pi state notti sicure. Quindi Beowulf, con Hrothgar e un esercito di guerrieri, and alla ricerca di colei che aveva generato Grendel.
Il gruppo si allontan dai campi e dalle fortezze del sovrano Scylding. Gli uomini di Beowulf seguirono la traccia di sangue attraverso la palude, mentre la luce del sole scintillava sulle borchie bronzee dei loro scudi e sugli elmi dorati. La traccia conduceva verso altopiani rocciosi, dove i venti freddi portavano il lamento dei lupi. Giunsero infine in una tana accanto ad un lago.
Vi regnava l'oscurit. Il lago, alimentato da torrenti montani ghiacciati, appariva livido sotto il cielo piovoso; era delimitato da nere scogliere e lungo la riva crescevano alberi ricoperti da licheni. Le viscide sponde e l'acqua erano popolate da serpenti. Brandelli di carne galleggiavano sulla superficie e l'aria era resa pesante dal fetore della decomposizione.
I cavalli indietreggiarono e fuggirono, i cani da caccia gemettero e si accucciarono e la paura si insinu nei cuori dei guerrieri. Alcuni conoscevano il lago, cui erano giunti durante una battuta di caccia; ne parlavano con stupore e spavento, raccontando che un cervo che avevano inseguito fino a quel luogo aveva preferito arrendersi alla muta dei cani da caccia piuttosto che tuffarsi in quelle acque dannate e nuotare verso la libert.
Beowulf non fece alcun commento, come se non avesse sentito. Disse ad un suo
parente: "Se dovessi morire, porta i miei saluti e il mio oro al mio re e proteggi i miei compagni al posto mio".
Smont da cavallo, si ferm per un istante in riva al lago in contemplazione, quindi si tuff. Nessuno si un a lui. Beowulf raccont poi come, con i polmoni che gli scoppiavano, era stato afferrato, all'ingresso di una caverna profonda, da una zampa artigliata e trascinato all'interno. L aveva visto il corpo mutilato di Grendel e la macabra raccolta di ossa umane che lo circondava. Si volt per affrontare la creatura che era di guardia. Sapeva che la sua spada era inutile; un'altra, per, grande e luccicante, pendeva dalla parete della grotta - opera di giganti, disse -letale come nessun'altra arma mortale. L'afferr e, con un solo colpo sibilante, uccise la creatura.
I suoi compagni, non vedendolo ritornare, ritenevano fosse gi morto, anche se le sue gesta trascorse facevano supporre che potesse resistere sott'acqua pi a lungo di un comune mortale. Poi qualcuno grid e, tutti guardarono le acque macchiate di sangue. Un elmo dorato apparve in superficie e Beowulf emerse. In mano teneva un trofeo: la testa tagliata di Grendel. Le incursioni delle bestie notturne nell'isola degli Scylding erano finite per sempre.
La fama di Beowulf sarebbe durata per molti secoli. Gli scrittori hanno pi volte raccontato come un solo uomo avesse sconfitto i poteri delle tenebre. Grazie al suo coraggio, il suo nome sarebbe sopravvissuto per migliaia di anni.
Il suo trionfo appariva ancor pi grande se confrontato con la crudelt del mondo in cui era vissuto. All'epoca, la terra era agli albori e potenze antiche, molte delle quali maligne, vivevano una loro vita nascosta. La notte, per, le faceva emergere e permetteva loro di agire. Dalle profondit pi remote, dalla foresta e dal mare, da grotte e colline emergevano le creature delle tenebre, ospiti crudeli e
spaventosi alla ricerca di vittime tra gli umani. Queste creature rappresentavano le vestigia del caos primordiale, tracce di un tempo senza forma, pi antico di quanto gli esseri umani potessero supporre. Sopravvissero molti secoli accanto agli uomini, elaborando tecniche diverse per catturare questa sgradita razza. Alcuni, come Grendel, odiavano gli intrusi e li assalivano in una frenesia di distruzione; altri erano incapaci di penetrare negli insediamenti umani e dovevano attendere che le incaute vittime si avventurassero nella notte; alcuni si impossessavano dei corpi umani e trasformavano i loro ospiti in animali notturni parlanti - i cosiddetti mannari - e altri ancora invadevano il corpo dei defunti e trasformavano i cadaveri in esseri terribili che rosicchiavano la carne dei vivi e ne bevevano il sangue.
Erano tutti figli dell'oscurit, che vagavano liberamente solo dopo il tramonto. Non c' da stupirsi che i mortali trascorressero quelle ore in paurosa trepidazione. Conoscevano la notte per ci che era, l'ombra vivente dell'epoca oscura, prima che il mondo prendesse forma.
Quando gli uomini celebravano le loro origini, ricordavano la notte primordiale. Prima della creazione della vita, dicevano, vi era solo un'oscurit immensa e un vuoto senza confini.
Nell'antico Egitto, i saggi avevano scritto che il mondo era emerso dalle rovine infinite di mari avvolti dall'oscurit. Gli Ebrei nomadi e i marinai fenici narravano che, all'inizio del tempo, non esisteva nulla eccetto una confusione nera e ventosa. Il primo atto della creazione fu l'apparizione della luce per scacciare le tenebre.
Parte di quella oscurit primordiale, tuttavia, continu ad esistere. La notte ne era il ricordo. Nell'alternarsi del buio e della luce gli esseri umani vedevano la raffigurazione della lotta divina. In Scandinavia, ad esempio, la notte era identificata nella da Ntt, che percorreva i cieli in carrozza fino a sparire oltre l'orizzonte, costretta a fuggire dal potere di suo figlio, il Giorno. La spuma di mare dalla bocca del suo cavallo cadeva sulla terra come rugiada.
In Grecia, la da della notte, prima figlia del caos, si chiamava Nyx. Minacciosamente feconda, dava vita ad una moltitudine di flagelli. Distruzione e Malattia, Sofferenza e Guerra, Dolore e Vecchiaia erano suoi figli, insieme ai gemelli Morte e Sonno. Li aveva generati per poter governare la razza non ancora nata degli umani. Il potere era detenuto dalla stessa Nyx, divinit alata che, al calare del sole, stendeva un velo nero attraverso il cielo e volava seguita da un esercito di stelle.
Naturalmente, con il passare del tempo la gente cess di parlare di queste fantasie. Tuttavia, persino nell'epoca dei palazzi immensi e delle altissime cattedrali, dei campi ben coltivati e dei villaggi prosperi, la paura della notte non diminu. Durante il giorno il mondo forniva un'immagine ordinata: all'ombra delle torri dei castelli, i contadini con abiti di lino, accompagnati da uno stuolo di corvi voraci, aravano, seminavano e mietevano; le padrone di casa si prendevano cura dei focolari; i fabbri lavoravano alle fornaci e i bambini giocavano nei campi.
Quell'ordine allegro iniziava a dissolversi ogni pomeriggio, quando le ombre si allungavano. Al crepuscolo tutti cercavano rifugio. I corvi emettevano il loro ultimo stridulo
richiamo e volavano verso il nido. Il bestiame muggiva e con le sue campanelle tintinnanti veniva ricondotto alle stalle. Le nonne radunavano le oche spingendole al riparo. Allora risuonava il segnale del coprifuoco, annunciato dal rintocco di una campana o da un corno. I nobili e le gentildonne si ritiravano nelle loro fortezze e serravano gli ingressi, mentre i contadini, con mogli e figli, facevano ritorno alle loro dimore.
Oggigiorno  difficile immaginare l'oscurit che calava sull'universo a quei tempi. All'epoca, il cielo notturno era una coltre di ebano fitta di stelle, raggruppate nella Via Lattea: un pallido fiume di luce, cos familiare e cos facilmente visibile che i britannici lo chiamavano Watling Street, come la grande strada romana che dalla Manica portava a Wroxeter. Su questo sfondo lucente si muoveva radiosa la luna; quando era piena, perfino la pi piccola lama d'erba sulla terra appariva affilata e lucida; quando invece spariva? veniva oscurata dalle nuvole, un uomo non riusciva pi a vedere la mano di fronte al suo viso.
Il regno delle tenebre non veniva rischiarato dalla luce dei mortali. Un uccello che avesse volato sopra l'Europa avrebbe visto un paesaggio uniformemente nero e grigio. Solo nelle regioni costiere brillavano pochi punti luminosi: erano i segnali per i pescatori. Talvolta nelle citt si potevano scorgere colonne di luce: erano le processioni con le torce. Non vi erano luci nelle strade, ad eccezione che negli incroci in prossimit delle citt.
E la gente nelle case? I ricchi e i membri della famiglia reale disponevano di candele di cera d'api o, pi spesso, di candele che si consumavano assai rapidamente, fatte con sego, un tipo di grasso animale, solitamente di montone. Le candele di sego dovevano essere spente e spuntate molto di frequente perch il grasso si scioglieva e scivolava rapidamente. I pi poveri usavano piccole lampade fumose, recipienti poco profondi in terracotta o in bronzo che contenevano olio di pesce o di oliva, sul quale galleggiavano stoppini di fibre ritorte da bruciare. Le lampade emanavano cattivo odore e gocciolavano, mentre la luce che emettevano diminuiva rapidamente di intensit, mano a mano che l'olio si consumava. Qualcuno disponeva di fiaccole di midollo di giunco, intinte nel grasso e tenute in posizione orizzontale da una specie di tenaglia che, mentre bruciavano, lasciavano una striscia di gocce oleose.
Tutti questi congegni improvvisati fornivano una ben misera illuminazione se confrontata con l'immensit avvolgente della notte. Erano cos poco efficaci nel combattere l'oscurit, che la gente andava a dormire non appena la luce si affievoliva.
Alcuni, per, sfidavano le tenebre e viaggiavano per le strade. Erano mercanti, che prendevano parte alle fiere con i loro muli e i loro carri carichi di pelli e di cuoio; trovatori, giullari e menestrelli che si spostavano da una corte all'altra o soldati che tornavano esausti dalla guerra. Molti erano pellegrini, i cui mantelli erano decorati con emblemi di piombo o di stagno e con spille di conchiglia, in ricordo dei templi che avevano visitato, come quello di Nostra Signora di Walsingham, in Inghilterra, o il tempio di san Giacomo a Santiago de Compostela, nella lontana Spagna. Tutti questi viaggiatori attraversavano terre aspre e isolate. Le poche strade, solitamente resti di antiche vie romane, erano piuttosto dissestate mentre le vie principali erano cos trafficate da costringere i pedoni a scansarsi per
lasciar passare i carri trainati dai buoi. Le maggiori vie di comunicazione erano collegate ai piccoli villaggi e alle fattorie da sentieri molto stretti, non pi larghi di un braccio. Il terreno era spesso impervio, e diventava impraticabile con la neve o con la pioggia. Quando le condizioni atmosferiche erano buone, il viaggiatore poteva ritenersi fortunato se percorreva una trentina di chilometri al giorno.
La Chiesa disponeva di ripari per i suoi figli errabondi ma, essendo dispersi e lontani uno dall'altro, era inevitabile che i viaggiatori talvolta si ritrovassero soli nelle paludi o sui monti al tramonto. L'aria diventava pi fredda con il calare della notte, costringendo il viandante a mettere il cappuccio e ad accendere la fiamma della sua lanterna, un cestino in ferro o un corno, per illuminare la strada Finch la luna non fosse spuntata a rischiarare il cammino.
Per coloro che percorrevano grandi distanze, le difese contro la sfortuna erano minime. Se il viaggiatore era saggio utilizzava un bastone ricavato da una specie di sorbo. Per i popoli nordici il sorbo era l'antico albero del mondo, la fonte della vita e il guardiano dell'umanit. I viaggiatori portavano oggetti che ricordassero la luce del giorno, nella speranza che potessero proteggerli dalle tenebre. Tra questi amuleti vi era la margherita dei prati - il delicato "occhio del giornoper i Britanni, che apriva i suoi petali al sole ogni mattina e li chiudeva al calar della notte - e l'erba di san Giovanni, raccolta il 24 giugno, festa del santo. Il Fiore di quest'erba assomiglia ad un sole in miniatura, tant' che era noto anche come sol terrestri o "sole terrestre". Un'altra pianta portafortuna era il quadrifoglio, i cui petali verdi richiamavano alla mente la forma della croce cristiana; per essere utile, il quadrifoglio doveva essere raccolto segretamente, custodito dalla persona che lo aveva trovato e cucito nell'orlo del mantello o riposto all'interno delle scarpe. Anche una crosta di pane - il bastone della vita - proteggeva dai pericoli. Come ricordava un detto contadino, "Quel pezzo di pane santo allontana il pericolo e il terrore".
Se i talismani erano efficaci e il viaggiatore fortunato, si udiva solo il rumore dei suoi passi nel fango, lo scoppiettio della fiamma della lanterna, il grido occasionale di una civetta, i movimenti veloci dei tassi e il fiutare dei porcospini. Sul sentiero buio, la luce tremolante della lanterna diradava di poco l'oscurit, finch non sorgeva la luna, facendo rilucere d'argento le foglie e i rami degli alberi. Se durante il viaggio giungeva ad un incrocio, il viandante poteva correre un grave pericolo. L'incrocio era un luogo intermedio tra due strade e, per questa sua ambiguit, diveniva talvolta la via preferita da esseri alieni per raggiungere il mondo dei mortali. Per scongiurare tale invasione, spesso gli uomini erigevano ai quadrivi piccoli altari di pietra, dove venivano sacrificate bambole nere e pecore, pesci e uova, latte, miele e spicchi d'aglio. Queste offerte costituivano il cosiddetto pranzo di Ecate e servivano per placare la collera della pi antica e maligna tra le creature della notte.
Ecate, dea pagana della luna, era cos potente che la paura della sua crudelt si estese fino in epoca cristiana. Custode delle chiavi dell'inferno, veniva chiamata Madre delle streghe e Regina degli spiriti. I Greci la chiamavano Agriope o Volto
selvaggio e in effetti la sua apparizione incuteva terrore anche nell'animo dei pi valorosi. Il suo arrivo era annunciato dall'ululato dei lupi in lontananza e talvolta dal sibilo dei venti: Ecate, infatti, era portatrice di tempesta. Poi, come se il velo che nascondeva il caos venisse strappato per permettere al viandante di gettare un rapido sguardo sul lontano passato, Ecate sorgeva dagli incroci, donna mostruosa con il capo infestato da serpenti. Talvolta aveva tre teste e portava una spada e una torcia sospesa in aria; era sempre accompagnata da spiriti della morte, pallidi, borbottanti e in perenne movimento, che liberava ogni notte per ossessionare il mondo, e da donnole, gufi e un gruppo di cerberi dell'inferno.
Quell'enorme massa vociante si alzava verso il cielo come una macchia vorticosa. A quella vista, il viaggiatore, rimasto senza luce dopo che le raffiche di vento avevano estinto il fuoco della sua lanterna, finiva con l'impazzire.
Con il passare dei secoli, Ecate sarebbe apparsa sempre pi raramente: essendo un essere cosmico si sarebbe ritirata dal povero mondo degli umani. Pi diffuse erano, invece, delle piccole creature che dimoravano in luoghi particolari, come strade isolate, colline e boschi. Solo i mortali che attraversavano i loro territori potevano incontrarle.
Molti di questi esseri notturni avevano nomi che derivavano dal termine gallese bugivi, ovvero "oggetto di terrore".
Nell'Inghilterra settentrionale e lungo il confine scozzese, queste creature venivano chiamate bogks, bugaboos, boggarts; in Cornovaglia buccaboos. Gli spiriti francesi erano noti come bugibus, mentre in Germania veniva usato il termine Boggdmann. Erano esseri dalla figura indistinta e scura. Alcuni potevano mutare aspetto a piacimento, talvolta assumendo le fattezze di un grande cane nero o di un enorme sacco di grano. Generalmente erano innocui, anche se il loro aspetto ingannevole, associato al timore che incutevano le tenebre, poteva terrorizzare i viandanti.
Il popolo di un villaggio di contadini nei pressi di Ebchester, nel Northumberland, raccontava di una monelleria compiuta dalle creature della notte ai danni di una donna anziana che, al crepuscolo, era ancora fuori casa in cerca di legna per il camino. Piegatasi per raccogliere un ramo, la donna not ai margini del sentiero un fascio di paglia ben legato. Essendo parsimoniosa, mise il fascio nel suo grembiule e si diresse verso casa.
Gi camminava lentamente per l'et ma quando l'ultima luce del giorno svan, fu costretta a rallentare ulteriormente, perch il carico del suo grembiule diventava sempre pi pesante. Infine lasci cadere il fascio. Dalla paglia spuntarono braccia e gambe, che saltarono e si trascinarono lungo il sentiero e nei boschi, gridando e blaterando in modo disumano. Ripreso fiato, l'anziana donna rise tra s per l'accaduto. Era stata vittima del folletto del suo villaggio, un imbroglione chiamato Hedley Kow dal nome del luogo.
I fastidiosi folletti erano talvolta utili: i loro nomi potevano, ad esempio, essere usati come spauracchio per costringere i bambini a non allontanarsi. Altre creature della notte che, come i folletti, stazionavano in luoghi isolati e avevano capacit di mutare aspetto non erano per nulla divertenti.
Questi esseri attendevano i viandanti e, con una sorta di insana malvagit, trasformavano gli uomini in bestie da soma. Un uomo che camminava lungo una strada barcoll improvvisamente quando uno spirito
della notte gli mont sulla schiena. Il suo peso era immenso e non vi era speranza di liberarsi da quella creatura che, per mantenersi in sella, affondava i suoi artigli nelle spalle e nel volto del viandante, canticchiando insulti all'orecchio del viaggiatore. Talvolta il suono delle campane della chiesa o il sopraggiungere del giorno potevano smuoverlo, ma spesso, prima che ci accadesse, la vittima moriva per sfinimento. In Belgio, uno spirito di questo tipo veniva chiamato Kludde, in Scozia Oschaert e in Germania Aufhocker (che significa "saltare sopra").
Creature ben peggiori di queste, come Grendel ad esempio, vagavano nei luoghi desolati, e i loro nomi evocavano un profondo terrore. Sulla costa della Scozia, non lontano dall'isola di Skye, un essere chiamato Tronco-senza-Testa girovagava durante la notte; non toccava mai i bambini di passaggio o le loro madri ma gli uomini che attraversavano il suo territorio al buio venivano ritrovati orrendamente mutilati il giorno successivo.
Al sud, nel Leicester, vagava Black Annis. Ritenuta la discendente di un'antica divinit assetata di sangue, Black Annis aveva un solo occhio, il volto livido e lunghi artigli. Si aggirava per le colline e, al crepuscolo, si rannicchiava in una quercia. Questo albero, ultimo ricordo di una foresta che aveva ricoperto la terra prima dell'inizio della Storia, evidentemente le forniva un rifugio speciale. Aspettava pazientemente i passanti ma le sue vittime predilette erano i bambini. Li scuoiava vivi con i suoi artigli ricurvi, mangiava la loro tenera carne, mentre le povere pelli venivano portate in una grotta sulle colline, conosciuta, sarcasticamente, col nome di Villetta di Black Annis: qui venivano appese sulle pareti di pietra fredda, quali trofei del trionfo del vecchio mondo sul nuovo.
Tuttavia, il regno ordinato della creazione deteneva un potere a cui Black Annis e i suoi compagni non potevano far fronte: la luce. Al canto del gallo, quando ad oriente appariva la luce e gli uccelli riprendevano i loro schiamazzi, l'esercito della notte era costretto a ritirarsi. Saltellando e strisciando, arrampicandosi e fuggendo, i suoi soldati selvaggi cercavano riparo sottoterra. Coloro che venivano sorpresi dalla luce ne soffrivano.
I folletti perdevano semplicemente i propri poteri. Le isole Shetland, al largo della Scozia ad esempio, erano un tempo frequentate da piccoli esseri notturni, noti per l'abitudine di infliggere malattie ai mortali e rapire i loro piccoli. Queste creature si muovevano in modo cos agile e veloce nell'oscurit, che i mortali raramente potevano vedere qualcosa di pi della loro ombra. Se non riuscivano a raggiungere i loro rifugi prima dell'alba, divenivano prigionieri della luce, poich l'ingresso al mondo delle ombre si chiudeva allo spuntare del giorno. Tutto ci venne constatato da tre giovani tagliatori di torba delle Shetland che stavano lavorando in una palude.
La loro attenzione venne attratta inizialmente da un movimento ondeggiante. Una piccola donna avvizzita, con la pelle grigia e avvolta in abiti altrettanto spenti, camminava distrattamente lungo i margini di un prato. Sembrava fosse alla ricerca di qualcosa. Si piegava, camminava ricurva, si inginocchiava di tanto in tanto e poneva il suo orecchio sul terreno, emettendo tra s incomprensibili cinguetti, simili a quelli degli uccelli.
I giovani la riconobbero per ci che era
effettivamente: una creatura della notte che la luce del giorno stava annientando. L'ingresso al suo rifugio era scomparso all'alba e lei era rimasta intrappolata sulla terra alla vista degli umani. I tagliatori di torba inizialmente la evitarono ma uno di essi, sopraffatto dalla curiosit, cerc di esaminarla pi da vicino. Brandendo il coltello e il badile, si diresse con circospezione verso la creatura, cercando di non perderla mai di vista: un compito molto difficile considerando che lei si muoveva agile e veloce, piagnucolando.
Il giovane, invece, procedeva con eccessiva lentezza. Quando giunse accanto alla piccola creatura, il sole scomparve all'orizzonte. In quel momento la terra sembr vibrare e l'essere, scorgendo l'ingresso della sua dimora sotterranea, spar.
Queste creature delle Shetland erano folletti minori; alcuni addirittura collaboravano con i mortali che abitavano le loro isole. Probabilmente ci accadeva perch la luce del giorno li privava della magia ma non della vita. Il destino dei loro cugini scandinavi, chiamati trolis o girovaghi, all'apparire della luce, era pi duro forse perch queste creature erano malvagie. Per loro gli umani erano giocattoli, contro i quali compivano assassinii e altre nefandezze per mero divertimento.
I troll della notte rimanevano nascosti nelle grotte finch c'era luce ma, quando sopraggiungeva l'oscurit, emergevano per perlustrare le scure foreste di pini e i fiordi a caccia di prede umane. Potenti e dotati di lunghe braccia, erano ricoperti di terra e muschio. Avevano occhi sporgenti; le loro bocche cascanti sbadigliavano e sbavavano e i loro nasi gonfi si contraevano all'odore del sangue umano, perch erano creature del freddo e il calore dell'umanit riscaldava la loro carne.
Non sempre i troll uccidevano e divoravano le loro vittime: per gli esseri umani avevano altre consuetudini. Una donna afferrata dagli artigli di un troll e trascinata nella sua grotta poteva essere trasformata in schiava, intrappolata per sempre nella tana puzzolente e costretta a cucinare ossa umane e brandelli di carne riportati dalla creatura dopo il suo giro notturno. Ancora peggio, poteva essere costretta a diventare la moglie di quella creatura; e, dopo mesi di abusi, sofferenze e pene, di rimproveri crudeli, massaggi fatti con unguenti strani e urticanti, avrebbe iniziato a perdere la sua natura umana. Il suo volto si sarebbe increspato e scurito; il suo naso si sarebbe allargato fino a divenire tondeggiante e butterato; la sua pelle, un tempo chiara, si sarebbe ricoperta di grossi peli arruffati e la sua voce sarebbe diventata pi profonda, fino a trasformarsi in un grugnito gutturale. Non si sarebbe mai pi riscaldata alla pallida luce solare del nord. Mai pi avrebbe conosciuto l'amore di un uomo, poich le mogli dei troll, fossero state mortali o meno, erano avide e lussuriose come i loro abominevoli compagni e altrettanto spaventose.
I troll possedevano una forza ben superiore a quella dei mortali, tuttavia talvolta i mortali li sconfiggevano come nel caso di Grendel. Non tutti i loro sfidanti, tuttavia, erano soldati nobili come Beowulf. Uno di questi, che viveva in Islanda, era un fuorilegge.
Il suo nome era Grettir, figlio di Asmund, detto il Forte, ed era nato a Biarg. In giovent era stato molto coraggioso ed era
diventato celebre per il valore che dimostrava nei combattimenti. Tutto procedeva bene per lui, finch un giorno non uccise un fantasma assassino che aveva animato il corpo di un cadavere. Morendo, la creatura lo maledisse e Grettir, da quel momento, vide la sua fortuna cambiare bruscamente. Poco dopo quell'episodio, venne accusato ingiustamente di omicidio e condannato a vagabondare, quale rifiuto della societ, lontano dai suoi compagni.
Per molti anni Grettir cammin nei boschi tutto solo, riparandosi dove poteva e imparando a vivere di quel poco che fornivano le distese ghiacciate. Un anno, durante il solstizio d'inverno, il periodo dell'anno in cui le notti sono pi lunghe e i giorni pi corti, Grettir venne sorpreso da una bufera. Il vento soffiava, mentre la neve cadeva fitta e pungente. Il ghiaccio incrostava la barba di Grettir e ostruiva le sue narici. I suoi occhi lacrimavano per il freddo e le lacrime si ghiacciavano sulle guance. Piegando il capo per proteggersi, riusciva a procedere faticosamente. Non aveva altra scelta.
Improvvisamente, dalla neve apparve, in lontananza, una figura nera. Grettir si ferm e strinse il coltello tra le dita temendo che quell'oscurit nascondesse dei pericoli. Vedendo che la sagoma rimaneva immobile, egli procedette cautamente. Poi, con un certo sollievo, vide che si trattava di una staccionata e quindi, forse, di un rifugio: si trovava di fronte all'ingresso di 'una fattoria. Dinanzi a lui vi era una casa, poco visibile attraverso la coltre di neve. Si avvicin e buss alla porta; la voce di una donna gli chiese il suo nome. Poich era un vagabondo e la gente poteva anche rifiutare di accoglierlo nonostante la notte terribile, egli grid pi forte dell'ululato del vento: "Sono Grettir, un vagabondo che cerca riparo".
Improvvisamente si ud il rumore sordo del chiavistello e la porta si spalanc. Grettir pieg la testa per passare sotto il basso architrave e procedette a grandi passi, sbattendo gli occhi alla luce.
Evidentemente si trattava di una fattoria ricca. La donna che lo aveva accolto indossava un abito e una tunica di lana pesante e raffinata, rifinita con pizzi. La stanza in cui si trovava aveva pareti in calce bianca e un camino profondo in cui ardeva un fuoco alto, su cui bolliva una pentola. I tavoli e le panche erano finemente intarsiati e un telaio massiccio occupava un angolo della stanza. Le porte basse lasciavano intravvedere altre stanze, da cui proveniva il mormorio della servit.
La persona che lo aveva salutato non gli aveva sorriso in segno di benvenuto. Le parole con le quali l'aveva accolto erano state: "La casa  vostra: disponete di tutto ci che vi  contenuto. Per quanto riguarda la sicurezza, dovrete provvedervi da solo".
"Cosa significa?", chiese Grettir. "Dov' il padrone di casa?". Lei non rispose finch non fu seduto accanto al fuoco e gli ebbe servito cibo e birra. Poi, dopo questi convenevoli, gli raccont la storia.
La fattoria era chiamata Sandhaugar, o "cumuli di sabbiaed un tempo era stata prospera davvero. Ora il popolo la evitava e nemmeno met dei campi erano coltivati. Il luogo era frequentato dai troll.
Due anni prima, durante il solstizio d'inverno, il marito della donna era stato prelevato nel corso della notte. L'anno
successivo, di nuovo durante il solstizio d'inverno, uno dei suoi servi se ne era andato, lasciando solo una pozza di sangue accanto alla porta come prova della sua morte. Ora la donna attendeva il ritorno delle terribili creature e non aveva nessuno che la difendesse.
Grettir, avendo combattuto un cadavere, non aveva paura dei troll viventi e si prepar ad aiutare la sua ospite.
Il giorno successivo era Natale; le poche ore di luce solare erano rosse e calme. Mand la vedova con due servitori presso un parente in una fattoria vicina. Agli altri servitori venne detto di restare nelle stanze pi interne, barricate con assi di legno e tronchi. Al crepuscolo prepar un giaciglio per s nella stanza principale. Ridusse il fuoco, dispose una luce fioca accanto alla porta e si sistem in attesa.
Aspett per ore, riattizzando quella luce fievole non appena si spegneva. Pass la mezzanotte, i carboni del fuoco si raffreddarono e le ore pi buie lasciavano lentamente il posto al mattino. Finalmente ud i passi strascicati della creatura che infestava la fattoria e i colpi delle sue dita sul telaio della porta. Con un urto violento questa si spalanc. L'avversario di Grettir entr nella stanza ed era cos grande da occuparla quasi interamente. L'intruso era la moglie di un troll. La sua testa enorme ciondolava sulle spalle gibbose. I suoi occhi venati di sangue roteavano. Escrescenze e protuberanze, ricoperte da peli, fiorivano sulle guance e sul naso. Tra le mani enormi teneva una mannaia e un coltellaccio. Era pronta per macellare. Quando Grettir si alz, lei arretr leggermente dalla soglia. Poi si lanci verso di lui. La sua forza e la sua rapidit erano tali che riusc ad immobilizzarlo e a spingerlo fuori dalla camera riscaldata, in un territorio a lei amico, l'aria aperta, dove regnavano il freddo e l'oscurit.
Combatterono sul cortile innevato, ansimando e grugnendo, attraversarono i campi ghiacciati in direzione del fiume che bagnava la fattoria e, infine, giunsero ad uno scoglio roccioso da cui una cascata parzialmente ghiacciata precipitava nel fiume. La creatura ringhiava e borbottava mentre trascinava Grettir sulle rocce scivolose. Con uno sforzo enorme, le fece perdere l'equilibrio e, in quel preciso istante, le affond il coltello nella spalla. La moglie del troll emise un terribile ululato. Proprio allora il sole apparve sulla cresta di un monte. Grettir sentiva ritornare la forza nelle braccia.
Non gli occorreva per. Con un grido roco lei allent la presa e poi lo lasci libero. Il suo corpo immenso si gonfi finch i suoi occhi divennero neri e la sua pelle rigida e lucida. Poi scoppi in un enorme getto di sangue. Lentamente la pelle cadde e si accartocci verso il margine roccioso, seccandosi sopra un masso che ancora riproduce il volto della moglie del troll con la sua bocca immensa aperta in un urlo silenzioso. Queste creature, infatti, non sopravvivevano alla luce del sole che le trasformava in pietre.
Quanto a Grettir, vagabondo per natura, si gett in altre avventure, ma gli uomini avrebbero continuato ancora a lungo a raccontare la storia della sua audacia. Dagli insediamenti lungo il fiume, gli abitanti si recarono per secoli a vedere il troll pietrificato e ghiacciato sulle cascate, condannato ad osservare con occhi ciechi l'alba fino a che il sole seguiter a sorgere.

Un emblema alato del male.
I pipistrelli, con il loro volo a precipizio durante la caccia, hanno sempre suscitato terrore negli uomini. Ricoperti di pelliccia come gli animali terricoli ma provvisti di ali come gli uccelli, si riteneva avessero una natura intermedia che faceva supporre un legame con l'antica magia. Alcuni raccontavano che i pipistrelli fossero i fantasmi dei morti non sepolti o di criminali oppure di coloro che intrattenevano rapporti con il diavolo. Altri erano giunti alla conclusione che fossero streghe travestite o perfino mantelli che lo stesso Satana utilizzava durante i suoi viaggi.
 Coloro che erano abbastanza audaci o folli da affrontare le forze dell'oscurit tentavano di utilizzare i corpi dei pipistrelli. Le streghe includevano di frequente il sangue di questi animali negli unguenti che permettevano loro di volare. Gli uomini slavi portavano al collo pipistrelli morti, ritenendo che gli effluvi dei piccoli cadaveri potessero aumentare il desiderio sessuale nelle donne. E nel Tirolo austriaco si raccontava che una persona che entrasse in possesso dell'occhio sinistro di un pipistrello poteva diventare invisibile quando lo desiderava.

Il Ritorno di finn, figlio di Cumball.

Quando Cormac Mac Art era Re Supremo d'Irlanda, la sua residenza di Tara era il cuore del paese, un luogo a prova di qualsiasi nemico umano ma che non offriva alcuna difesa contro gli assalti delle creature delle tenebre. Situata su una collina erbosa, la fortezza si innalzava sopra una vasta pianura. Tra le sue mura sorgevano sette grandi palazzi di legno per i familiari del sovrano e per i soldati addetti alla difesa, i cavalieri Fianna, gli Irlandesi pi valenti e coraggiosi. Questi uomini erano veloci e forti, ben temprati e addestrati; mantenevano la pace in nome del sovrano in tutte le province d'Irlanda. Tuttavia, una volta all'anno durante una notte particolare, persino i Fianna erano indifesi come bambini e inutili come uomini morti.
Quella notte coincideva con la festa di Samhain, il 31 ottobre, quando l'autunno  finito e l'inverno non  ancora iniziato; in quella notte gli esseri delle tenebre erano liberi di girovagare e le porte della fortezza del re venivano sbarrate. I soldati dei Fianna appendevano i loro scudi nel salone delle feste e si divertivano tutti insieme. Le voci erano allegre ma i loro occhi erano vigili.
L'attenzione per non serviva a molto. Quando la luna invernale iniziava il suo viaggio attraverso i cieli, un'ombra dalla sagoma umana, ma di natura ben diversa, appariva sulla pianura, muovendosi lentamente verso Tara. Fra le braccia
teneva un'arpa, le cui corde emettevano una melodia che oltrepassava le mura e giungeva fino alla fortezza. Ovunque giungesse quella nenia, i mortali cadevano addormentati.
Allora l'ombra colpiva. Indisturbata, scivolava lungo pareti e penetrava all'interno del salone delle feste. Dalla sua bocca fuoriuscivano fiamme che incendiavano i pilastri ed esplodevano tra le travi del tetto. Alcuni soldati morivano nell'incendio, altri si svegliavano dall'incantesimo e fuggivano, mentre la creatura spariva con la sua arpa magica quando le fiamme erano ormai alte.
Coloro che riuscivano ad intravvedere quell'essere, una macchia scura che danzava nella luce scarlatta, la riconoscevano dai racconti che avevano ascoltato tutta la vita. Si trattava di Aillen, una sopravvissuta senza pace di una razza antica, costretta molto tempo prima dai mortali a rifugiarsi nel mondo sotterraneo delle colline irlandesi. Tornava una volta all'anno, a Samhain, per vendicarsi e nessuno poteva resistere al suo fuoco o ai poteri della sua arpa.
Un giorno, per, un uomo trov la forza di sfidarla. A pochi giorni dalla fine dell'autunno, nel salone delle feste di Tara apparve un soldato che chiese udienza al sovrano. Era un giovane alto, ben fatto, il suo scudo e la sua spada erano riccamente decorati. Venne ricevuto cortesemente dal sovrano e invitato ad accomodarsi al suo tavolo. Cormac gli chiese il suo nome e cosa facesse.
"Sono Finn, figlio di Cumhall", fu la risposta del giovane.
Un silenzio profondo cal tra i soldati Fianna raccolti l attorno. Il giovane era, in effetti, la copia esatta del padre, che un tempo era stato loro capitano e che era stato ucciso da uno di loro. Il figlio era stato allontanato per sicurezza, e nessuno lo aveva pi rivisto per anni.
"Il figlio di Cumhall  il benvenuto qui", disse Cormac. "Quale ragione ti ha
condotto tra noi?". Il giovane rispose: "Rivendico i miei diritti di primogenitura, che mi furono negati alla morte di mio padre. Voglio assumere il comando dei Fianna".
I soldati che circondavano il sovrano cominciarono ad agitarsi. Alcuni sussultarono alla richiesta del giovane ma gli occhi di Finn si voltarono verso di loro e gli uomini si zittirono.
"Vi dimostrer di esserne degno", disse. "A Samhain uccider l'ombra che vi minaccia. Se vi riuscir, sire, il comando sar mio".
Cormac rimase in silenzio, pensando. Poi annu. "Va bene", disse.
Venne dunque Samhain. Le grandi porte di Tara furono sprangate; i soldati si ritirarono nel salone delle feste. Rimasto solo, Finn cammin lungo le fortificazioni; i suoi passi echeggiavano sulle pietre e il suo Fiato era visibile nell'aria fredda. La lancia che portava, omaggio di un soldato che aveva conosciuto suo padre, aveva la lama in bronzo e i rivetti (sorta di chiodi) in oro; si raccontava che questa lama potesse donare ad un uomo una forza tale da sconfiggere tutti i nemici. La spada era rimasta a lungo inutilizzata ma ora costituiva la protezione di Finn contro i poteri della notte.
Tutto taceva. Le strade che conducevano a Tara si stendevano bianche nella luce lunare, ma Finn non vedeva alcun nemico avvicinarsi. Il suono di un'arpa saliva dagli alberi e si diffondeva nell'aria. A quella melodia il giovane soldato si ferm e vacill, appoggiando la testa contro la lancia.
Poi, con un grande sforzo, si scosse dal torpore che lo aveva assalito: l'ombra era sopra di lui. Era ben due teste pi alta di un essere umano, una massa scura che ingoiava la luce.
I piccoli occhi ardevano nella testa. La sua bocca era aperta come se volesse parlare ma non emetteva alcun suono. Approfittando del buio si era
avvicinata a Finn per catturarlo. Il giovane alz lo scudo e colp l'ombra con la sua lancia. La creatura sput lingue di fuoco, che si avvolsero attorno al suo scudo e lo ferirono al braccio. Il figlio di Cumhall colp di nuovo e le fiamme lo assalirono ancora. Finn colp un'altra volta e la sua lancia affond nella carne.
Un attimo dopo era solo sulle mura della fortezza. Sotto di lui una massa scura attraversava la pianura di Tara. L'ombra cercava la salvezza.
Preso dalla furia della battaglia, Finn insegu furtivamente la creatura. Corse attraverso la pianura buia, con il vento che gli penetrava nei polmoni mentre inseguiva ci che rimaneva di un mondo antico.
Nei pressi di una collinetta trov la creatura accovacciata. Scagli la lancia all'altezza del cuore. Lei annasp agitando le braccia, ma non era ancora morta. Finn colp ancora e l'ombra barcoll e cadde; i vapori che la circondavano girarono vorticosamente e sparirono. Quando l'arpa scivol dalla sua presa, emise un gemito, come per sottolineare la fine del suo potere.
Pass un'ora, nel salone delle feste di Tara le torce erano accese e i soldati dei Fianna si muovevano in modo concitato, dopo essersi liberati dall'incantesimo dell'arpa. Al risveglio si trovarono dinanzi uno spettacolo orribile.
Finn era ancora tra loro. Teneva alta la sua lancia; la lama trafiggeva una testa decapitata, annerita e con la bocca aperta. Il sangue colava dal collo a rivoli sul braccio del soldato ben fermo. Finn gett la testa sul pavimento ai piedi di Cormac.
"Ho mantenuto la promessa", disse al sovrano.
Cormac rispose come doveva e soddisf la richiesta dell'eroe. Fu cos che Finn, figlio di Cumhall, uccisore di uno dei pi grandi nemici dell'Irlanda, assunse il ruolo che gli spettava come capo dei Fianna.


Capitolo Due. 
VISITE DAL REGNO DELLE OMBRE. 

La neve, brillante alla luce della luna, ormai ricopriva l'Islanda, quando una giovane giunse a Hesteyri, vicino al capo settentrionale dell'isola, per lavorare come domestica in una fattoria. Era una ragazza coraggiosa e allegra e avrebbe avuto bisogno di entrambe queste qualit, perch si diceva che il terreno del fattore fosse infestato dalle creature della notte. Secondo i pettegolezzi del vicinato, in quel luogo girovagavano i troll notturni.
Tuttavia, a Gudrun, questo era il nome della fanciulla, la sua nuova casa piaceva: arrivava da un paesino povero e la fattoria era invece ricca, con immensi granai e una casa di pietra. Poich aveva solo quattordici anni ed era forestiera, percepiva il salario pi basso tra i servitori. Era di buon umore e cantava sempre mentre svolgeva i suoi lavori nel retrocucina o nella camera dei bambini, non si lament nemmeno quando i padroni di casa e la servit, tutti impellicciati, fecero visita ad una fattoria vicina per le festivit natalizie, lasciandola sola in casa con la figlia pi piccola. Quando le slitte si allontanarono fino a diventare delle macchioline sui campi di neve color argento, Gudrun chiuse la porta e la sprang. Poi port la bambina nel salotto d'inverno e si sistem davanti al focolare per darle da mangiare.
Era tutto molto bello. Il fuoco caldo illuminava i colori vivaci delle cassapanche a fiori e brillava sulle pentole in rame. In una profonda strombatura della finestra una candela di cera d'api brillava costantemente. La bambina si divertiva e si tranquillizz quando venne messa nella sua culla a succhiare il latte. Gli occhi di Gudrun, intanto, si facevano sempre pi pesanti. Prima di essere colta dal sonno fu sorpresa da uno strano rumore. Qualcosa, forse un animale, grattava molto forte la porta. Poi il rumore si spost attorno al chiavistello e lungo l'architrave, troppo alto per essere raggiunto da qualsiasi animale. Il chiavistello gemette e la porta scricchiol attorno allo stipite: non si apr e, poco dopo, i colpi e i cigoli cessarono.
Gudrun diede uno straccio imbevuto di latte alla bambina affinch lo succhiasse, poich aveva iniziato a piagnucolare. Nessun rumore penetrava attraverso le spesse mura della casa ma dopo qualche istante la candela sulla finestra trem. La fanciulla colse un movimento e si volt in quella direzione. Il viso enorme di un troll notturno, con i pori dilatati, la bocca aperta ed i denti rotti riempiva la cornice della finestra, premendo contro il vetro. Gli occhi verdi e umidi fissavano la culla.
Gudrun distolse lo sguardo dalla finestra. Con le mani strette in grembo si sedette immobile e fiss il fuoco. Poi sorrise risolutamente e con voce chiara e forte pronunci le seguenti parole:
"Un ferro grigio con la coda e un ragazzo di ottone che guida".
Bench fosse una semplice ragazza di campagna, Gudrun era dotata di un'intelligenza pronta e vivace. Aveva sfidato la creatura ad una gara le cui regole erano conosciute da tutti gli esseri in grado di parlare. Gli avversari si ponevano l'un l'altro degli indovinelli e chiunque non sapesse rispondere perdeva il gioco e rimaneva in balia del vincitore.
In un'epoca come la nostra, in cui gli indovinelli non sono altro che giochi per bambini, pare strano che la vita potesse dipendere da essi. A quei tempi, quando la lingua era giovane e le parole cariche di magia, gli indovinelli, le prime metafore, erano dei rituali importanti. Risolvere un indovinello affermava il potere dell'intelletto sui misteri del mondo. Anche la comprensione del divino veniva provata in questo modo: "Lettore di indovinelli vengo chiamato", cantava Odino, l'antico dio islandese della saggezza e della guerra. Tra i mortali le gare di indovinelli venivano organizzate in occasione dei matrimoni, nelle corti principesche e, come narrano molti racconti, anche quando la vita era in pericolo. Il troll non poteva fare altro che accogliere la sfida della ragazza.
Grugn e sputacchi alla finestra. Poi, con voce stridula e goffa, tipica di una bocca non abituata a parlare, rispose lentamente.
Disse: "Ferro grigio: ago; Coda: filo di lino; Ragazzo di ottone: ditale", ed emise un gorgheggio che forse equivaleva ad una risata.
Gudrun aspett. Quando il troll parl di nuovo, le parole erano pi scorrevoli:
"Fratelli e sorelle non ne ho ma il padre di quell'uomo  il figlio di mio padre".
Gudrun scroll le spalle di fronte a questo vecchio indovinello e rispose subito: "Quell'uomo  il figlio di chi propone l'indovinello".
La ragazza formul un altro indovinello che il troll risolse in fretta, ponendone uno nuovo a sua volta.
In questo modo i due contendenti sferrarono i loro colpi e li pararono abilmente per tutta la notte. Fuori, nel buio gelido, il troll si muoveva in modo dinoccolato vicino alla finestra; dentro, nel salone illuminato dal fuoco, la ragazza dondolava la culla e gettava i ceppi sul fuoco quando la fiamma si indeboliva. La sua voce divenne roca come quella del troll ma continuava a parlare trasformando le parole in magia e costringendo la creatura della notte a fare altrettanto.
Infine, quando la candela era quasi completamente sciolta e l'ultimo ceppo si era spento diventando brace incandescente, il troll pose questo indovinello:
"Trenta cavalli bianchi su una collina rossa; ora masticano, ora tritano, ora stanno fermi".
Tremando dalla stanchezza, Gudrun esit. Il suo silenzio dur a lungo. Il troll emise un altro gorgoglio e sput sui vetri. Alla fine, per, ebbe risposta. "I tuoi denti e la tua lingua", disse la ragazza con gli occhi colmi di lacrime.
Il troll ringhi. Si spost per un attimo dalla finestra, rivelando una linea di rosso scarlatto all'orizzonte. Poi Gudrun disse: "Su quella collina laggi c' un cervo rosso. Spari e spari e spari, ma non riesci ad allontanare il cervo". L'unica risposta fu un urlo e un fiotto di sangue contro il vetro della finestra. Il troll era scomparso e un raggio di luce attravers la stanza. Gudrun si sedette sul pavimento vicino al focolare. "Il cervo rosso  il sole che sorge", disse alla bambina nella culla. La piccola la guard con lo sguardo fisso. Poi Gudrun and alla finestra e guard attentamente attraverso lo strato di sangue. Nella neve scorse un ciottolo che prima era un troll.
Intelligente e coraggiosa fino in fondo, questa giovane aveva sconfitto una delle pi pericolose creature della notte, quelle che invadevano le case degli umani. Non tutti gli abitatori delle tenebre rimanevano fuori, legati al campo e alla foresta e lontani da tutti i sentieri dell'umanit. Molti, irrequieti e affamati, vagabondavano di paese in paese, di fattoria in fattoria, in cerca di vittime, e nessuna casa, per quanto fosse solido il legno e sicura la porta, poteva resistere. Un foro in un nodo del legno, una fessura tra le pietre o un'apertura nella paglia del tetto rappresentavano un varco sufficiente per creature che potevano trasformarsi in un filo di fumo o di nebbia per entrare. Gli angoli bui e le grondaie oscure delle case fornivano riparo durante le ore del giorno. Quando calava la notte, i fuochi venivano coperti e la brava gente andava a dormire, questi esseri cominciavano a muoversi.
Silenziosi come ombre, si aggiravano furtivamente tra le prede umane, toccandole con le dita ossute oppure mormorando incantesimi che portavano incubi orribili, poich i poteri della notte erano tali che i suoi figli potevano nuocere non solo al corpo ma anche allo spirito degli uomini. I brutti sogni erano una delle pene pi lievi che potessero infliggere. La morte era la peggiore.
I ragazzini come Gudrun o la piccola a lei affidata erano tra le vittime preferite e sembrava che i bambini lo sapessero, forse perch erano da poco emersi dal buio completo che circonda la breve luce calda della vita umana. Le loro orecchie erano pi fini e la loro vista pi acuta di quella delle persone pi anziane, al punto che i piccoli riuscivano a sentire passi leggeri e a scorgere movimenti impercettibili che tradivano la presenza del pericolo. Una fessura sotto il letto poteva rivelare la presenza di occhi crudeli che cercavano i piccoli piedi nudi, verso i quali le creature malefiche si avventavano tra le tavole del pavimento. Fruscii tra le lenzuola potevano indicare la presenza di qualcosa dalla bocca scura e pelosa, con denti appuntiti per mordere e strappare. Giustamente i bambini diffidavano degli armadi e delle scale, luoghi pieni di ombre e guardavano le fessure nelle pareti, nei soffitti e nei pavimenti, percependo che una mano pallida e freddissima come la neve, con le dita forti, poteva saltar fuori all'improvviso per bloccare le caviglie o strappare con violenza gli orli delle camicie da notte.
Certamente la maggior parte di ci era pura fantasia ed i genitori tendevano a sdrammatizzare le paure dei bambini. Dopo tutto, gli adulti non potevano credere che ci fosse qualcuno che dimorasse sotto le scale, nel letto o tra le lenzuola. Dicevano che era l'occhio dell'infanzia che temeva il diavolo dipinto. Queste creature venivano chiamate "fantasmi della camera dei bambinie i loro nomi venivano usati come minacce qualora i figli si fossero comportati male.
Eppure anche gli adulti avevano le loro paure. Bench ne parlassero raramente, sapevano dell'esistenza di esseri malvagi che minacciavano i giovani umani. Queste creature potevano assumere molti
aspetti e, ironicamente, quelle che suscitavano pi spavento avevano sembianze umane. Uno di questi predatori, dalle fattezze femminili, divenne tristemente famoso in Scozia. Nelle acque fredde di Moray Firth, su una penisola chiamata Isola Nera, si trovava Cromarthy, un villaggio di pescatori i cui bambini erano sempre in pericolo. Gli uomini che andavano in mare a pescare aringhe erano consapevoli di ci, cos come lo erano le loro mogli, ma tutti erano impotenti di fronte alla forza che governava le tenebre.
Il fantasma era particolarmente sinistro, perch aveva in s qualcosa di materno, vagava su e gi tra i vicoli del piccolo paese, camminando sui ciottoli con passo silenzioso. Le persone che riuscivano a vederlo di sfuggita dicevano che fosse vestito di verde, come alcuni antichi spiriti degli alberi e tenesse in braccio un bambino malaticcio, rugoso e indemoniato, con gli occhi infuocati e piccole dita molto appuntite.
Si appostava davanti ad un'abitazione in cui viveva un bambino, aspettando che tutti si fossero addormentati. Poi apriva il chiavistello e scivolava dentro. Quando si chinava verso la culla, l'unico rumore che si udiva era un pianto sommesso. Quindi, la creatura verde si dirigeva verso il camino e, alla luce della brace incandescente, faceva il bagno alla pelle avvizzita del suo piccolo. Incarnava in tutto e per tutto la figura di una madre premurosa, se non fosse per il fatto che lavava suo figlio nel sangue caldo del bambino ucciso. Gli occhi di quel bimbo non si sarebbero mai pi riaperti. Nessuno riusciva a spiegarsi da dove proveniva il fantasma o perch misericordiosamente le sue visite fossero cessate e nessuno seppe quanti piccoli fossero stati deposti in bare di pino grezzo a causa sua. Le morti infantili rapide e misteriose erano diffuse in quel periodo. I cimiteri di tutta Europa dimostravano tristemente la fragilit della vita umana. La terra era piena di piccole tombe. Le coppie che avevano una dozzina di bambini potevano ritenersi fortunate se met dei loro Figli riusciva a sopravvivere alla nascita e a raggiungere i cinque anni. Morivano di malattia, d'inedia e, secondo i genitori, anche per mano di creature che vagavano durante la notte.
Anche in Bulgaria si racconta chei bambini ricevessero durante la notte la visita di una strega. Questa creatura, con la testa di bue, strisciava dentro le abitazioni e si alzava per poter vedere dentro le culle. Cos facendo, il suo alito cattivo si diffondeva sui piccoli corpi, causando malattie. I bambini che ricevevano questa visita deperivano per un giorno o due, poi morivano.
I boschi e i campi delle vicine Polonia, Russia e della (allora) Cecoslovacchia nascondevano creature simili, dette nochnitsa o "streghe della notte": queste orribili vecchie tormentavano la veglia dei bambini che non erano stati benedetti dalle madri. Le streghe facevano il solletico ai piccoli piedi o pungolavano le pancine o, ancor peggio, succhiavano il sangue dalle vene sottili, tutto ci per il piacere di sentir piangere i bambini. Se un adulto entrava nella stanza, la vecchia spariva ma lasciava il suo marchio perch la nochnitsa era portatrice di febbre e malattie.
Assalti del genere a danno dei bambini erano terribili sciagure. Era una perversione della natura che i giovani dovessero morire prima che le vite dei loro genitori avessero fatto il proprio corso. Eppure, le tenebre erano piene di pericoli sia per gli adulti che per
i bambini, tanto per i ricchi quanto per i poveri. Il signore e la signora nel letto decorato di arazzi erano pi al caldo, ma non pi al sicuro rispetto al servo e alla sua famiglia, distesi insieme su giacigli di paglia e coperti da pelli di daino. Tutti, intrappolati nella ragnatela del sonno, erano indifesi, esattamente come i bambini.
Il sonno era un mistero minaccioso. Ogni uomo o donna che osservasse il proprio compagno mentre dormiva sperimentava un senso di solitudine nel vedere quel viso caro e familiare diventare remoto e privo d'espressione. Tutti conoscevano il sentimento di tenerezza suscitato dal vedere una persona ben sveglia di giorno cadere in uno stato di non vigilanza come quello di un bambino. L'immobilit di chi dormiva ricordava la morte e, infatti, il sonno veniva chiamato "fratello della morte".
Tuttavia, non era la morte. Come tutti gli uomini e le donne capivano bene, un mondo pieno di vita fioriva nel sonno, un secondo Io veniva liberato durante il riposo. Lasciando il mondo quotidiano, chi dormiva entrava nel mondo dei sogni. Dentro al corpo immobile una nuvola di immagini ballava e giocava, forme d'ombra magiche che fluttuavano come il vento. Liberata dai legami della quotidianit, l'anima si elevava. Come disse una volta il medico greco Ippocrate, "Quando il corpo dorme, l'anima si risveglia". Come si svegliava e dove andava? Che cosa contribuiva a dare inizio a questo viaggio enigmatico? Vi erano molte credenze riguardo a ci e non tutte spaventose. I bambini credevano che i sogni arrivassero dall'Uomo della Sabbia, un elfo in abiti di seta dai colori vivaci, che cospargeva polvere sugli occhi per creare le immagini nelle loro menti. Secondo i bambini francesi, a portare i sogni era una signora chiamata "La Donnette". Gli adulti, invece, sostenevano che l'anima, liberatasi dalla prigione della carne e delle ossa, lasciasse il corpo.
In Serbia i saggi ritenevano che ogni notte le anime del popolo addormentato, dei loro cani, gatti e del loro bestiame uscissero dalle finestre, dai camini e dai buchi delle serrature. Leggeri come l'aria si levavano sopra la cima degli alberi e le guglie delle chiese, verso le vette desolate dei monti. Lass quegli spiriti, che i Serbi chiamavano zdufiaczs, si impegnavano uno contro l'altro in battaglie furiose. I vincitori portavano salute e raccolti abbondanti alle persone a cui appartenevano e se uno zduhacz moriva in battaglia, le sue spoglie mortali non si sarebbero pi risvegliate alla luce del giorno.
Pi diffusa era l'opinione secondo cui l'anima della persona che sognava lasciasse il corpo in modo visibile, forse sotto forma di vapore, di farfalla o di un uccello. Con siffatte sembianze lo spirito girovagava e le sue avventure venivano ricordate come sogni, molti dei quali diventavano dei racconti. Uno di questi aveva per protagonista Guntram, un re franco del VI secolo.
Guntram governava un piccolo territorio sulle montagne del Reno Inferiore, un regno creatosi dopo la caduta dell'Impero Romano. La sua storia ebbe inizio un giorno d'estate, durante una battuta di caccia nelle sue foreste. Accaldato, il re si era sdraiato all'ombra, vicino ad un ruscello per riposarsi, lasciando di guardia uno dei suoi guerrieri.
L'uomo in seguito raccont di aver camminato per qualche minuto tra gli alberi accanto al sovrano addormentato e di essersi poi fermato. La sua attenzione era stata attratta da un guizzo vicino al viso di Guntram: era apparso un piccolo serpente, simile a un gioiello. Con la testa innalzata e la lingua che si muoveva a scatti, il serpente
ispezion il terreno e poi con grazia e movimenti sinuosi tipici della sua specie prosegu nell'erba verso il ruscello.
Si ferm a riva, tra le canne palustri, dondolando la testa avanti e indietro. La guardia, divertita dall'apparente perplessit dell'animale, pose la spada sull'acqua per creare un ponte. Subito il pccolo serpente strisci sulla lama e prosegu sulla sponda pi lontana, verso una buca circondata da felci.
Dopo qualche istante, la testa di smeraldo apparve di nuovo e il serpente fece il viaggio a ritroso. Scivolando lungo la riva, strisci sulla spada e poi, con un movimento cos rapido che la guardia non ebbe il tempo di fermarlo, dentro la bocca del re addormentato.
Guntram, apparentemente incolume, si mosse e si svegli. Si sedette appoggiato ad un tiglio e sorridendo cominci a raccontare alla guardia il sogno che aveva fatto. Aveva attraversato da solo una distesa di alberi altissimi simili a canne, fino ad un fiume molto ampio. Mentre contemplava le acque pensando a come raggiungere l'altra sponda, un ponte in ferro era caduto dal cielo permettendogli di attraversarlo. Lo aveva condotto nella grotta di una montagna, dentro la quale aveva trovato il tesoro di un gigante: dischi in argento accatastati in mucchi alti come le mura di un castello, enormi catene adorne di pietre di rubino, cerchi grandi come le ruote della biga, incisi con figure danzanti.
Per qualche istante la guardia fiss Guntram in un silenzio confuso. Poi gli raccont l'odissea del piccolo serpente, dalla bocca alla buca e nuovamente alla bocca. In seguito i due uomini attraversarono insieme il piccolo ruscello e scavarono fra le felci, dove la guardia aveva visto scomparire il serpente.
nella terra trovarono un tesoro, il bottino dimenticato da qualche signore. Vi erano mucchi di monete, collane di rubini, bracciali decorati con antiche scene di festa. Il tesoro, cos si raccontava, era quello visto dallo spirito di Guntram attraverso gli occhi del serpente, anche se in proporzioni ridotte.
Storie di questo genere diedero vita a credenze secondo cui non bisognava fare del male agli animali di piccola taglia, perch avrebbero potuto incarnare le anime di persone addormentate, che non si sarebbero pi svegliate se gli animaletti fossero stati uccisi. Allo stesso modo, gli uomini e le donne che dormivano dovevano essere svegliati gradatamente, per dare tempo alle loro anime di rientrare nel corpo. Altrimenti sarebbero morti.
Disgrazie simili si verificavano di rado. La maggior parte dei sognatori veniva coinvolta senza alcun problema nelle avventure notturne, raggiungendo il corpo in tempo per assicurarsi il risveglio. I frammenti di sogni che la memoria conservava potevano essere richiamati per curiosit, visto che da molto tempo si pensava che i sogni fossero premonizioni del futuro: una credenza cos radicata che fin dai tempi pi remoti le donne e gli uomini pi saggi tenevano diari nei quali descrivevano i destini che le visioni notturne prefiguravano. Tuttavia, i sogni potevano essere ben altro che un semplice presagio o il vagabondaggio dell'anima del dormiente. La gente riteneva che la notte liberasse una moltitudine di creature potenti che erano pi materiali che oniriche e pi insidiose o sfuggenti dei troll, creature il cui unico scopo era quello di esaurire, corrompere e uccidere i mortali. Saltavano sul petto del dormiente, soffocando la forza e la volont umane e nello stesso tempo portando con s
sogni terribili. In Inghilterra, questi esseri venivano chiamati nightmart, in Francia cauchemar, in Germania Mahr, in Lituania Mora, tutti nomi derivanti dalla stessa radice anglosassone maro., che significa "colui che schiaccia". Il termine latino era incuus, che aveva un significato simile. I Greci chiamavano questo genere di spiriti ephidtes, "incubo", dal verbo "opprimere". Essi erano temuti in ogni paese. Per prevenire il loro ingresso nelle camere da letto e allontanarne il terrore, gli abitanti delle campagne mettevano in atto rimedi vecchi di secoli. Alcuni non dormivano mai con la testa verso nord, dove si riteneva fosse la terra della morte e del buio. Altri mettevano le scarpe accanto al letto con le punte verso l'esterno, sperando che la punta respingesse gli intrusi. Altri ancora lasciavano un chiodo da bara sotto le gambe del letto, perch si pensava che il ferro fosse nocivo agli esseri dell'altro mondo. Queste precauzioni erano barriere fragili contro i demoni del buio, sempre affamati di anime umane. Seduttori e contaminatori, attaccavano i pi innocenti, indebolendo il vigore umano e lasciando dietro di s solo corpi sfiniti.
La madre di queste creature maligne era Lilith, una figlia del mondo antico. Le storie ebraiche raccontavano di come fosse nata dalla polvere per diventare la consorte del primo padre, Adamo, e
di come avesse abbandonato furiosamente il suo io.
corrosa dall'arroganza, giurando di vendicarsi eternamente contro di lui e i suoi discendenti. Di una bellezza fredda e seducente, Lilith sopravvisse per secoli ed il suo nome risuonava come laylah, la parola ebraica che indicava la notte; odiava gli uomini ed uccideva i bambini, cercava di sostituire con esseri umani la sua prole infame. Nessuna casa ebraica era al sicuro dalle sue incursioni, perch ella seguiva le vie degli esuli fino agli angoli pi lontani della terra. Durante la notte entrava nelle camere dei bambini e strangolava i neonati. Poi si muoveva silenziosamente lungo i corridoi che conducevano alle camere degli uomini. Nonostante la vergogna e il timore, nessuno di loro riusciva a resistere ai piaceri offerti dalla splendida e malvagia creatura, che cos concepiva i figli che desiderava.
Per generazioni e generazioni le numerose figlie di Lilith abitarono la terra sotto forma di incubi. Erano amanti nell'ombra, mangiatrici di anime e portavano gli uomini che catturavano lontano dal consorzio civile. Il loro potere era talmente forte che le vittime si trasformavano fino a diventare loro simili. Disprezzavano il giorno e perdevano la forza di amare.
In Norvegia uno spirito degli incubi era in grado di entrare in casa con le sembianze morbide di un gatto, se lo desiderava, oppure sotto forma di vapore per passare attraverso una fessura del muro. La creatura poteva essere catturata e portata alla luce del giorno dagli uomini che seduceva, ma intrattenersi con lei comportava pericoli insidiosi, come narra una storia norvegese.
Il racconto comincia con i sogni di un pescatore che navigava sulle acque grigie
della costa settentrionale. Era stato un uomo giovane, vigoroso, con le guance arrossate dall'aria gelida e salata. Tuttavia, con l'et i suoi occhi erano divenuti spenti e le mani gli tremavano. Abitava solo e non riceveva volentieri nessuno. Una presenza aveva cominciato a frequentare il suo cottage e notte dopo notte sognava cose che non poteva raccontare durante il giorno.
Una notte, sforzandosi di non cedere al sonno, decise di incontrare il suo tormentatore. Le ore passavano nel silenzio, rotto solo dal cigolio della porta e delle finestre, provocato dal vento del nord. Il pescatore giaceva steso sul letto al buio ma, nonostante l'oscurit, vedeva aloni di foschia entrare da una crepa del muro di pietra accanto al suo letto. Luminoso e ondulato, il vapore aleggiava nell'aria e, con delicatezza, cercava tra le lenzuola. Il pescatore si mise subito in azione. Si precipit gi dal letto e copr con la mano la crepa attraverso la quale era entrata la nebbia. Fu facile chiudere la fessura con il grasso della lampada, che poi accese con un legnetto del focolare. Quando la luce si fu stabilizzata, l'uomo scrut il punto in cui era apparsa la foschia.
Il fumo era scomparso; al suo posto c'era una donna e non era rubiconda come quelle del villaggio. La carnagione era talmente pallida che sembrava trasparente; i capelli erano una nuvola scura; lei lo guardava intensamente con gli occhi chiari e sapienti. Il pescatore spense la luce.
La mattina successiva era ancora l accanto a lui, sveglia e vigile, intrappolata dalla luce del giorno. Con parole aspre egli le disse che, avendo deciso di entrare a casa sua, ora doveva servirlo come una moglie. Era bella, le disse, e gli procurava piacere. Poteva mettersi subito al lavoro, come facevano le altre mogli.
La donna obbed in silenzio, senza obiezioni, svolgendo mirabilmente i compiti a lei assegnati. Cucinava e riparava le reti. Con le sue mani bianche appendeva gli sgombri e le aringhe ad essiccare. I vicini chiedevano al pescatore dove avesse trovato quella moglie ubbidiente ma egli ignorava bruscamente le domande e, poco tempo dopo, nessuno pi si interess alla faccenda. Tuttavia, col tempo, la gente not come la donna fosse diventata rosea e forte. Vedevano il piccolo sorriso che le tremava sulle labbra, quando i suoi occhi guardavano il pescatore. L'uomo, invece, diventava ogni giorno pi accigliato e solitario. Sembrava che sbiadisse: il viso era impallidito fino ad assumere un color grigio spento, segnato dal brillio agitato degli occhi.
In inverno, durante le ore senza sole, nessuna finestra del cottage era illuminata. Dentro, alla debole luce del focolare, il pescatore sorvegliava la sua prigioniera tutte le notti e le diceva: "Dimmi che cosa sei e da dove vieni".
Nelle ore notturne, per, era lei la pi forte. Gli sorrideva in maniera enigmatica e rispondeva: "Non lo so". Poi lo invitava ed egli, indifeso, obbediva.
Il pescatore assomigliava sempre pi ad un fantasma: cominci a bere e a fissare la prigioniera con occhi pieni di odio. Di notte porgeva sempre la stessa domanda: "Dimmi che cosa sei e da dove vieni". "Non lo so era l'invariabile risposta.
Fu la rabbia a salvare il pescatore.
Una notte, in stato di ebbrezza, dopo aver posto invano la solita domanda, ignor la mano seducente della donna. Cammin barcollando verso il muro e con movimenti maldestri tolse il
grasso indurito che sigillava la crepa accanto al letto. Quando sent l'aria della notte, si gir verso di lei e borbott confusamente: " entrata da questa porta, signora. Ora da qui esca". La donna tremava: la carne pallida vacill e poi si sciolse in vapore. Strisce di fumo si alzarono verso l'alto e leggere come un sospiro uscirono attraverso la crepa del muro. Da ultimo il pescatore ud l'incubo trasformarsi in un unico, triste lamento, simile al vento d'inverno.
Il pescatore fu fortunato. Indebolito dalla piaga dei sogni, egli aveva intrappolato l'incubo, ignorando che nessuna forza mortale pu rivaleggiare con le figlie del buio. Aveva tenuto la creatura tra le sue braccia, avvicinando a s la morte ma poi era riuscito a liberarsi da quel fascino assassino grazie alla confusione dei sensi provocata dall'alcol.
Pochi, tuttavia, condividevano la sua fortuna: i divoratori di anime erano troppo forti e i loro poteri aumentavano quando, invece di arrivare per caso, giungevano in risposta ad una convocazione. Nessuno li avrebbe mai chiamati di proposito, naturalmente, ma a quei tempi, talvolta, la porta del buio veniva aperta in maniera inconsapevole.
Ci che schiudeva le porte alle forze dell'oscurit era il dolore umano. Gli uomini e le donne in lutto che piangevano a lungo e che evocavano i loro cari erano soggetti a ricevere una risposta che li esponeva ad un rischio molto grave: a quei tempi il potere delle parole era cos forte da dar vita a spiriti omicidi.
Accadeva in Ungheria, dove evocare i defunti richiamava gli amanti demoni. I racconti sono piuttosto simili. Una vedova che piangeva il marito aveva espresso il desiderio di stare con lui di nuovo, anche solo per un'ora. La stessa notte una stella luminosa con una coda di fuoco aveva attraversato il buio creando un arco, come se la volta celeste fosse stata strappata. Un uomo ad immagine e somiglianza del marito era apparso davanti alla vedova. Tuttavia, non era il marito, bens una creatura del tutto simile, un uomo invaso dallo spirito del demonio che fiss appuntamenti con la donna per le notti successive. Nonostante le gioie notturne, ella sarebbe avvizzita e poi scomparsa, fino a morire, se non avesse scoperto la vera identit del suo visitatore. L'essere che la uccideva lentamente, notte dopo notte, era un Lidrc, uno spirito che si nutriva del suo amore e del suo dolore. Solo riconoscendo lo spirito per ci che era realmente, ella avrebbe potuto evitare il suo macabro destino. La chiave per scoprirlo era un particolare grottesco, difficile da notare al buio, ma che indicava in modo inequivocabile che nel letto della donna non c'era il marito ma un essere demoniaco. Uno dei suoi piedi, infatti, era palmato.
Molti esseri simili ai liderc popolavano l'Europa e non tutti agivano con fare cos circospetto e insidioso. Alcuni si muovevano rapidamente per uccidere. In Prussia, a proposito di questi spiriti, si raccontava di una fanciulla di nome Lenore che abitava nelle fredde pianure che confinavano con il mar Baltico. Tutti gli uomini del villaggio, ad eccezione di vecchi e bambini, erano arruolati nell'esercito del re di Prussia, come spesso accadeva a quei tempi. Tra di loro vi era il suo amante. Sotto gli occhi degli ufficiali del re, la compagnia aveva marciato rapidamente verso sud per combattere, e i due non si erano pi visti per molti mesi.
Lenore aspettava pazientemente l'alba, poi il buio, quindi di nuovo l'alba. Guardava la strada che portava al villaggio e cos seppe quando i soldati avevano cominciato a rientrare. Vide gli uomini delle sorelle e delle cugine, alcuni dei quali privi della vista, altri di braccia o gambe, tutti esausti e felici di essere a casa. Il suo amato, invece, non sarebbe mai pi apparso. Era morto su un lontano campo di battaglia ma non si sapeva nulla del suo destino. Alla fine, Lenore si chiuse nella sua camera e cominci a camminare avanti e indietro, con gli occhi asciutti, senza sentire e dire nulla. Di notte, per, quando il paese dormiva, ella piangeva e sussurrava il suo dolore al buio. Chiedeva al suo amante di ritornare. Invocava la morte per dar sollievo al suo cuore.
La morte non arrivava, solo una lunga notte da affrontare e poi la successiva. Finalmente, una notte d'inverno, quando il paese era caduto nel sonno, si ud il fragore degli zoccoli di un cavallo. Si fermarono davanti alla sua casa e pot udire la voce dell'amante. Egli la chiam. Sotto, nell'ingresso, la porta si spalanc e sulla scala si ud il passo a lei familiare. Ancora una volta Lenore era l a salutarlo. Egli non sorrise, n allung le braccia. Rimase rigido sulla scala, con il viso privo d'espressione. Quando parl aveva la voce di un soldato che impartiva ordini. "Ora vieni con me sul cavallo", le disse, "ti condurr al nostro letto nuziale".
Esausta per le notti trascorse piangendo, Lenore obbed. Senza cambiarsi d'abito, con la sola camicia da notte, scese le scale buie e segu l'amante. Senza protestare sal a cavallo dietro di lui e gli cinse i fianchi. Tremando di freddo, Lenore si strinse all'amato ma egli non emanava alcun calore n proferiva parola. Un fetore dolciastro la circond. Su entrambi i lati della strada si estendevano i rami neri e desolati degli alberi, che ondeggiavano alla luce della luna. Tra essi, sopra il rumore provocato dagli zoccoli del cavallo, la donna ud il lamento acuto del gufo.
Lenore chiam il suo amante per nome ed egli le parl girando la testa, cosicch il vento trasportasse chiaramente le sue parole. Tutto ci che disse fu: "Affrettiamoci perch dobbiamo giungere a destinazione prima del canto del gallo".
E, in effetti, andavano cos velocemente che i tetti, i rami degli alberi ed i campi passavano come un lampo.
Infine, dopo aver cavalcato per ore, rallentarono il passo, e giunsero in un luogo sconosciuto, tetro e spoglio. Davanti ad essi si spalanc un cancello di ferro e il cavallo, quasi galoppando, entr nel cimitero di una chiesa. Non era vuoto. Figure vestite di nero si ammassarono attorno al cavallo e tirarono la sottoveste e le braccia di Lenore con le loro mani gelide. La trascinarono gi da cavallo e il suo amante scivol a terra accanto a lei. La sua divisa era un sudario putrefatto; il viso dalla pelle secca abbozzava un largo sorriso gelido.
" questa la festa per il nostro matrimonio", egli disse. "L c' il nostro letto". Egli si volt in direzione dei piedi della donna e la terra si spalanc.
La fine della storia venne raccontata dal sacrestano che si era alzato all'alba per occuparsi delle tombe. Nel cimitero della chiesa egli trov il cavallo esausto e sent l'odore della morte. Vide il tumulo di una tomba riempita di recente, dove prima non era sepolto nessuno. Sulla terra rovesciata vi era un brandello di pizzo. Il sacrestano non cerc di prenderlo.
Raccogliere i rifiuti del cimitero agitava i demoni e gli altri spiriti arrabbiati e presto sarebbe arrivata un'altra notte che li avrebbe liberati per vagabondare ancora una volta tra i mortali.

Il mondo dei Sogni.

La notte  il momento in cui l'anima si arrende. Nessuno viaggia nelle tenebre da solo: quando i mortali affondano nei mari del sonno, vengono subito intrappolati nelle reti dei sogni. Le tenebre liberano migliaia di creature, felini, serpenti, esseri dimezzati o immateriali, che girovagano ovunque, su e gi per le scale e nelle camere da letto. Dotati di una vita propria, questi esseri non si preoccupano minimamente dell'ordine, della ragione e della logica. Creano un mondo di sogni sconcertante, dove il tempo va a ritroso e le mura si sciolgono in un attimo, dove le bestie possono parlare e creature bizzarre possono camminare.  un mondo che l'umanit da molto tempo cerca di comprendere. Agli albori della civilt, la gente credeva che i sogni fossero i messaggi degli dei o degli inviati dal regno dell'Oltretomba. Gli uomini colti li studiavano e riconoscevano uno stretto legame tra la magia dei sogni e il futuro delle ore di veglia.

 LOTTANDO CONTRO IL DEMONE RAGNO 
nell'antico Giappone si raccontava che anche i mortali pi coraggiosi 
fossero paralizzati dalla paura di fronte all'ira dei goblin della notte. In quel paese abitava un nobile di nome Raiko, il quale decise 
arditamente di liberare la citt di Kyoto dai demoni. La vendetta dei demoni delle tenebre fu rapida: una febbre devastante colp l'eroe. Per 
molti giorni e molte notti rimase nella sua camera, assistito dai compagni e assalito da macabre fantasie. Una notte le visioni si materializzarono. Raiko
si svegli e si ritrov incatenato al suo 
giaciglio da numerosi filamenti di seta. Sopra 
di lui ondeggiavano zampe irsute pronte all'attacco e brillavano occhi enormi. L'uomo era caduto vittima di un ragno. I compagni di Raiko erano silenziosi;
sedevano in trance, appoggiati alla parete, con gli occhi chiusi e senza parlare. Per quanto tempo fosse rimasto prigioniero nella trappola del ragno,
Raiko non seppe mai dirlo. Non sapeva neanche dire come fosse riuscito ad afferrare la spada che si trovava accanto a lui, a tagliare i filamenti che lo
avvolgevanoe a colpire le zampe pelose. Il ragno emise un terribile urlo e l'uomo non riusc pi a combattere. Cadde supino tremando per la debolezza,
chiuse gli occhi e aspett la 
morte che tuttavia non arriv. Il ragno ferito abbandon il 
guerriero e si dilegu, attraverso le ombre, verso la sua 
tana. Con la sua fuga liber i compagni di Raiko dalla 
ragnatela. Quando si svegliarono, essi guardarono con 
orrore il loro generale a terra e la spada cadutagli di mano; 
poi videro le zampe del ragno vicino a lui che ancora si 
contraevano e tracce di sangue maleodorante che si perdevano 
nel buio. Decisi a vendicarsi, seguirono la traccia e 
uccisero il mostro ferito. Quando tornarono, furono felici 
di trovare Raiko vivo e in buona salute. Da allora, la sua 
spada venne chiamata Kumokiri o "tagliatrice di ragni". 


Capitolo tre.
LE FESTE SANGUINARIE DEI DANNATI.

Un'estate di tanto tempo fa, mentre alla sera gli usignoli cantavano nei giardini di Baghdad e l'aria profumava di rose, un mercante di quella citt cominci a nutrire sospetti sulla moglie, da lui molto amata, e intraprese il sentiero che lo avrebbe condotto nel cuore dell'oscurit. Questa  la sua storia.
Il mercante si chiamava Abul-Hassan, la moglie Nadilla. L'uomo era ricco e potente, lei invece era figlia di un anziano studioso, la cui piccola casa buia era situata in uno dei quartieri poveri della citt. Quando Abul-Hassan vide per la prima volta la donna la primavera di quell'anno, la sua bellezza lo ammali. Poco dopo egli allontan Nadilla dal suo timido genitore e la spos.
La casa in cui la port aveva molte stanze e molti cortili ma a Nadilla tutto ci non sembrava importare molto. Vagava apaticamente nei lunghi giorni d'estate, sempre riparata dall'ombra della casa, lontana dal sole che si rifletteva sulle pareti bianche all'esterno e occhieggiava tra le fronde delle palme. Non mangiava quasi nulla. Persa in qualche fantasticheria incomprensibile, ignorava la servit e sembrava non vedere nemmeno il marito.
Quando invece la luce del giorno si dileguava e venivano accese le lampade.
Nadilla brillava. La stimolante brezza serale sembrava darle nuova vita e lei diventava la moglie che Abul-Hassan desiderava, appassionata e tenera. Con grande naturalezza lei lo attirava nel proprio letto la sera. Abul-Hassan notava il cambiamento ma attribuiva l'indifferenza diurna di sua moglie al caldo soffocante. Il ritorno del fresco l'avrebbe ristorata, ne era certo. Il suo sonno era sempre profondo e senza sogni.
Una notte, per, Abul-Hassan si svegli all'improvviso. Sua moglie non gli era accanto e non vi era traccia di lei nella camera. Rimase sveglio per alcuni istanti ma poi il lieve fruscio delle palme che si muovevano all'esterno lo fece ripiombare nel sonno.
Si svegli di nuovo solo quando il lamento dolce dei muezzin echeggiava sulla citt, di minareto in minareto, chiamando a raccolta i fedeli per la preghiera dell'alba. Nadilla era appena tornata. Abul-Hassan guard da sotto le lenzuola mentre lei si svestiva e, quando scivol nel letto, finse di dormire.
La notte successiva lei scomparve di nuovo. La terza notte la segu.
La donna percorse i giardini e attravers la citt illuminata dalla luna come se dovesse incontrare un amante, mentre Abul-
Hassan la seguiva. Percorse strade tortuose e i viali ora tranquilli del bazar, fermandosi infine all'ingresso di una casa nel quartiere pi vecchio della citt. La porta davanti a lei sembr aprirsi spontaneamente.
Nascosto nell'ombra, Abul-Hassan
segu la moglie in un cortile, gi per una scala tortuosa e lungo un corridoio. Egli si ferm e rimase inorridito per il sacrilegio compiuto nell'entrare in un luogo simile. Le pareti erano ricoperte da sarcofagi: era una tomba di famiglia.
Prosegu lentamente, guidato dal debole tintinnio dei braccialetti d'argento che la moglie portava alle caviglie e dal fruscio lieve dei suoi pantaloni di seta. Raggiunse un arco. Il tintinnio era scomparso ed egli si guard attorno con cautela.
Poco lontano vi era una cripta di pietra, debolmente illuminata da una lampada funebre posta in una nicchia della parete, e, accanto alla cripta, in mezzo ad una accozzaglia pietosa di ossa e di offerte funebri, era inginocchiata sua moglie. Quando Abul-Hassan vide ci che lei stava facendo, il suo cuore sobbalz.
Ansimando e gemendo, Nadilla trascinava un cadavere fuori dalla tomba. Liber un braccio. Poi, con un ringhio acuto, pieg la testa e strapp la carne grigia con i piccoli denti acuminati.
Abul-Hassan non indugi oltre di fronte a quell'orrore. Corse a casa. Durante quella notte interminabile fu tormentato da pensieri cupi e tumultuosi. Sua moglie era di nuovo scivolata nel letto all'alba, con gli occhi pesanti ma eccitata. Non le disse nulla e, il giorno successivo, la osserv attentamente. Non era diversa da prima, vaga, languida, sempre al riparo dal sole e radiosa quando le ombre si allungavano e ritornava la sera. Abul-Hassan le offr del cibo. Lei lo rifiut ma gli sorrise e quando vide i suoi denti bianchi, non pot trattenersi oltre.
"Forse dovrei trovare della carne umana per te, moglie", disse.
Lei si irrigid. I suoi occhi cominciarono a scintillare e le sue labbra si distorsero in un ghigno demoniaco, che deturpava il suo bel viso. Poi, agile come un gatto, salt.
Abul-Hassan era pronto. La trafisse a morte con il suo coltello ricurvo e la seppell immediatamente, senza alcuna cerimonia, all'esterno delle mura di casa, in modo da non disonorare la sua dimora. I servitori, da parte loro, non fecero alcun commento. Abul-Hassan era un padrone inflessibile e la donna strana e silenziosa che aveva portato nella sua casa come moglie non era stata accolta con favore.
Tuttavia le prove di Abul-Hassan non erano finite. Se ne rese conto la terza notte dopo l'uccisione della moglie. Agitato e intento a osservare dalla finestra le stelle in cielo che brillavano sopra i rami delle palme, gli apparve Nadilla o il suo spettro.
Si lev ai piedi del letto, dai tappeti e dai cuscini posti sul pavimento. Il suo abito bianco si incollava alle ferite che lui le aveva inflitto; un braccio pendeva rigidamente da un lato, il suo volto era simile ad una maschera, le labbra flaccide e gli occhi infossati. Ci che la animava non era vita. Si muoveva goffamente, a scatti, come fosse una marionetta ed era circondata da una ripugnante puzza di morte.
Come in una parodia dell'amore, ella sal sul letto dove Abul-Hassan giaceva pietrificato e avanz pesantemente verso di lui, ansimando e mormorando ad ogni mossa. Il fetore nauseante diventava sempre pi
intenso, i mormorii sempre pi forti. Lei pieg la testa e i suoi denti aguzzi si avvicinarono ai tendini del collo dell'uomo.
Abul-Hassan allontan la creatura e salt gi dal letto, chiamando i servi e cercando una lampada. Dopo qualche minuto la stanza era affollata e l'immagine che si era materializzata nella notte era scomparsa.
Abul-Hassan non rivel l'origine di quella creatura, Nadilla si era alleata con il diavolo durante la vita. Era stata umana ma solo in parte, sfuggendo il giorno, rifiorendo la notte e diventando sempre pi dipendente dalla carne umana. Dopo la morte, alcune forze delle tenebre senza nome l'avevano reclamata ed usata per soddisfare le loro brame. Era diventata un vampiro, un cadavere senz'anima che si nutriva del sangue degli uomini.
Abul-Hassan and dal padre di Nadilla e lo costrinse a
raccontargli ci che sapeva. L'anziano uomo confess che la figlia era stata una strega che aveva venduto l'anima a Satana e in seguito aveva vissuto segretamente una vita viziosa. Quando era in vita, il suo potere era tale da costringere al silenzio e alla paura anche i suoi genitori.
Insieme, poi, padre e marito riesumarono il corpo e lo bruciarono, in modo da non lasciare pi nulla che potesse muoversi nottetempo quando tutti gli uomini giusti dormono. Abul-Hassan gett le ceneri nel fiume Tigri affinch scorressero verso sud nel Golfo Persico e si disperdessero nel grande mare che bagna i margini della terra.
Nadilla non afflisse pi i vivi ma era soltanto una fra le tante creature che avevano frequentato il mondo in epoche passate e i suoi compagni delle tenebre continuarono la loro vita segreta a lungo anche ben oltre la sua morte. Questi esseri generavano terrore nei cuori umani, perch violavano ogni regola della natura.
Nell'ordine naturale delle cose la vita era un viaggio senza ritorno. Gli esseri viventi crescevano inesorabilmente dalla culla alla tomba e, una volta che la terra li aveva ricoperti, scomparivano per sempre. Le loro anime vagavano libere verso una destinazione a tutti ignota; i loro corpi, abbandonati, si trasformavano in polvere.
Talvolta, per, quest'ordine veniva sconvolto e la terra rifiutava il suo compito. I cadaveri sepolti, divenuti ormai carne putrefatta, priva di anima, rinascevano come vampiri. Erano creature senz'anima, non riflettevano la loro immagine nello specchio e non proiettavano alcuna ombra: i riflessi e le ombre, si diceva, erano prerogativa dello spirito umano.
Tuttavia, nonostante fossero senza ombra, i vampiri possedevano una volont astuta, forte e inesorabile. Nessuna tomba poteva trattenere un vampiro e nessuna casa poteva impedire loro di entrare. Graffiando pazientemente l'interno della tomba, la creatura si apriva un passaggio attraverso il quale si trascinava, come un'apparizione, verso la superficie della terra per dare inizio alla sua caccia. Se necessario, nella sua ricerca di vittime, il vampiro poteva passare attraverso una serratura o una crepa nel muro. Per raggiungere indisturbato la sua preda sventurata, poteva mutare forma e volare assumendo l'aspetto di un gufo o aggirarsi furtivamente sotto le spoglie di un gatto.
Che cos'erano, dunque, queste creature in cerca di sangue umano? Nessuno poteva dirlo. Spiriti assetati di sangue avevano
abitato la terra dalla notte dei tempi, non erano vampiri ma i loro predecessori nel male. L'antica Babilonia, ad esempio, era stata infestata dall'elqmmu, un'anima dannata che desiderava ardentemente la carne umana e il sangue. Tra gli ebrei del mondo antico, gli innumerevoli demoni discendenti di Lilith, la regina degli incubi, succhiavano il sangue dalle vene dei bambini.
I vampiri veri e propri, invece, erano cadaveri umani invasi da spiriti assetati di sangue. Le spoglie mortali erano solamente un veicolo per lo spirito, che di per s non aveva forma e nessun mezzo per soddisfare il suo appetito. Alcuni cadaveri si adattavano meglio di altri agli scopi degli spiriti. Quelli pi predisposti all'invasione erano i corpi di uomini e di donne che, come Nadilla, si erano consegnati al diavolo quand'erano in vita.
Essere vampiro era una forma di dannazione. Ad esempio, si
pensava che il vampiro pi famoso, il rumeno conte Dracula (il nome significa "drago o "diavolo"), fosse il corpo resuscitato di un piccolo governante al quale l'abitudine selvaggia di trafiggere i nemici era valsa l'epiteto di "Vlad l'Impalatore".
Tra coloro che ospitavano i dannati vi erano uomini e donne che erano stati uccisi come criminali o che si erano suicidati, macchiandosi di un orrendo peccato agli occhi di Dio. I loro corpi venivano posti agli incroci: i criminali pendevano dai patiboli, con le gambe rigide e beccati dai corvi, in putrefazione sotto gli occhi di tutti; i suicidi nelle tombe scavate sottoterra.
 Si pensava che se i loro corpi fossero tornati in vita, la divergenza delle strade avrebbe confuso gli spiriti maligni che li abitavano e avrebbe tenuto i corpi legati a quel luogo.
Oltre ad una vita malvagia, vi erano altre condizioni che predisponevano all'incarnazione dei vampiri. In Grecia, ad esempio, si diceva che chi avesse ricevuto una maledizione da vivo non avrebbe potuto riposare in pace da morto; il suo cadavere sarebbe caduto vittima di un'invasione spaventosa. Accadeva che una persona vittima di una tale maledizione fosse emarginata, come se gi manifestasse la natura minacciosa che l'avrebbe animata dopo la morte.
La paura dei vampiri era tale che, in effetti, ogni stranezza nel comportamento dei vivi veniva interpretata come un segno di predisposizione al vampirismo. Tra coloro che pensavano di esserne vittime potenziali vi erano i figli illegittimi, quelli nati da genitori illegittimi, gli ultimi di sette figli, i bambini con voglie sulla pelle, con il labbro leporino e i bimbi nati con l'amnio (la membrana embrionale che ne ricopriva la testa). Si raccontava che i bambini nati da madri che erano state viste da un vampiro durante la gravidanza, in particolare durante gli ultimi tre mesi di gestazione, erano destinati a diventare anch'essi vampiri.
I bambini nati il giorno di Natale erano considerati vulnerabili, cos come lo erano quelli che morivano senza essere stati battezzati o in stato di peccato, senza la benedizione della Chiesa. Nei paesi dove la maggior parte della gente aveva occhi e capelli scuri, si riteneva che coloro che avessero occhi azzurri e capelli rossi dopo la morte sarebbero diventati
vampiri. In Bulgaria, si pensava che la condizione fosse
ereditaria. Si credeva inoltre che coloro che venivano attaccati
dai vampiri sarebbero morti per resuscitare come succhiatori di sangue a loro volta.
La paura dell'orrore era ben pi diffusa che l'orrore stesso. Si evidenziava, questa, nei rituali che circondavano l'evento della morte e che avevano lo scopo non solo di mantenere le spoglie mortali dei propri cari al riparo dal male ma anche di evitare che quelle spoglie potessero arrecare danno agli altri.
Questi rituali funebri iniziavano al momento della morte, poich si riteneva che i corpi fossero pi vulnerabili nel lasso di tempo che precedeva la sepoltura. Il corpo veniva deposto con cautela, spesso in una stanza con porte e finestre barricate con rovi per impedire l'ingresso agli spiriti vaganti e a quegli animali, in particolare i gatti, che potevano essere dimora di spiriti. Si pensava infatti che, se un gatto fosse saltato su un cadavere, il defunto avrebbe camminato di nuovo.
Questa paura degli spiriti port come conseguenza la veglia al capezzale del defunto prima della sepoltura: coloro che vegliavano svolgevano, in realt, la funzione di guardiani del defunto inerme. In Irlanda la veglia al defunto si tramut in un evento chiassoso; in Russia il rito fu formalizzato a tal punto che coloro che piangevano il defunto seguivano il feretro fino alla chiesa e restavano accanto ad esso tutta la notte, intonando salmi per proteggerlo dalle tenebre. Durante la notte, si supponeva che i defunti potessero muoversi nelle tombe, facendo frusciare le lenzuola funebri e graffiando il coperchio della bara nel tentativo di abbandonare la loro prigione di legno. Si diceva perfino che i contadini russi portassero in chiesa i loro galli da cortile per mantenersi vigili. Se il cadavere che vegliavano si fosse mosso, gli astanti avrebbero pizzicato gli animali per farli cantare, facendo in modo che il cadavere credesse fosse l'alba. Durante il giorno, infatti, i vampiri erano privi di potere.
La stessa cura veniva prestata deponendo il cadavere nella tomba, e in molti paesi venivano adottate misure straordinarie per proteggere i vivi. In Russia, ad esempio, coloro che seguivano il feretro spesso indossavano maschere per evitare che il defunto potesse riconoscerli. Le processioni funebri lasciavano il camposanto percorrendo strade tortuose cosicch, se anche il cadavere fosse rinato, non avrebbe potuto ritrovare i suoi vecchi compagni.
I rituali funebri erano particolarmente elaborati in Grecia, dove un uomo poteva essere sepolto accompagnato da un'imprecazione indignata che gli avrebbe negato il giusto riposo e dove le vendette tra le famiglie isolane portarono a secoli di lotte e terribili visite da parte delle vittime uccise. La paura dei morti assassinati, infatti, aveva come conseguenza le spaventose mutilazioni che gli uccisori infliggevano alle loro vittime. Essi tagliavano loro mani e piedi e li ponevano sotto le ascelle del cadavere o li legavano al petto con delle fasce, per menomare definitivamente il defunto che si fosse risvegliato.
Altri riti, invece, non miravano ad incatenare i defunti ma a favorire il loro passaggio e proteggerne i resti. Il corpo, inghirlandato con foglie di ulivo e accompagnato da una folla gemente, veniva condotto al suo ultimo letto. Lungo tutto il percorso, il terreno era bagnato con vasi di terracotta, che poi si rompevano in modo che non potessero essere pi utilizzati.
La tomba veniva fornita di abiti e cibo, torte di miele e
riso, piatti di frumento bollito decorato con fiori e nastri, per assicurare al defunto il massimo agio. Per finire, al cadavere era assicurata una protezione in pi ponendogli una moneta in bocca. Non si trattava, come spesso si credeva, del famoso "obolo per Caronte", ovvero del denaro necessario a pagare il traghettatore che trasportava le anime all'inferno; la moneta serviva, invece, per evitare agli spiriti demoniaci l'ingresso nel corpo del defunto attraverso la bocca.
Una volta protetto, il defunto doveva essere sepolto e la terra che lo circondava era cosparsa di vino. Una luce, chiamata "lampada vigileperch non si spegneva mai, veniva lasciata accesa per tre anni accanto alla tomba, perch quello era il tempo necessario alla carne per putrefarsi e trasformarsi in polvere innocua. Se tutto andava bene e non sopraggiungeva alcun vampiro, la famiglia dissottenava il cadavere dopo tre anni di inumazione, lavava le ossa nel vino e le riponeva di nuovo nel letto di terra.
Era il meglio che si potesse sperare per il defunto, una scomparsa calma e pacifica nel buio. Il peggio accadeva quando il corpo non si dissolveva e nella tomba, invece di ossa bianche e pulite, veniva ritrovato un cadavere color fuliggine, dalla pelle luminosa, rigonfio e integro, somigliante alla persona che era stata, ma pieno di una vita che non era la sua.
Quest'essere era il vampiro greco, "gonfio come un tamburo e nero per migliaia di anni". Veniva chiamato vrykpilqis, che significa "simile a un tamburoe in effetti il cadavere grottescamente dilatato, se percosso, emetteva un suono sordo.
I vrykolakas pi antichi erano terrificanti ma non inevitabilmente cattivi.
Sembravano non desiderare il sangue umano: erano semplicemente degli spiriti, imprigionati a met strada tra la vita e la morte a causa di questioni terrene non risolte al momento della sepoltura. Si diceva perfino che alcuni di essi ritornassero alle
loro vecchie case durante la notte per riparare le scarpe dei figli, tagliare la legna, attingere l'acqua dal pozzo e arare i campi che altrimenti sarebbero rimasti incolti.
La maggior parte dei vrykolakas rispondeva a ragioni pi oscure e tristi. Potevano essere strumenti di vendetta che volevano riparare a danni subiti da loro o dalle loro famiglie. Questi episodi davano luogo a racconti molto diffusi di mariti gelosi che in vita avevano scoperto che le loro mogli fedifraghe avevano avuto degli amanti. Se accadeva che il marito morisse prima di vendicare il proprio onore, il suo cadavere non aveva pace, notte dopo notte, le sue forme distorte sarebbero apparse nella camera della vedova, tormentando la donna senza piet. In effetti, la tendenza del vampiro a visitare la propria casa e i propri cari era cos radicata che di rado queste creature riuscivano ad allontanarsi dai luoghi dove avevano vssuto. In particolare nel caso delle persone care, le promesse non mantenute potevano costringere i cadaveri a vagare per terre sconosciute, alla ricerca di perdono o vendetta. Ci accadde su un'isola greca delle Sporadi, dove le piccole case in pietra erano arroccate sulle colline ricoperte di pini che sovrastavano i porti.
In una di queste citt viveva una donna anziana, curva e vestita di nero in segno di lutto, come era usanza in quella terra aspra. La donna, per, aveva molti figli: nove maschi molto forti, che coltivavano gli ulivi fuori dalla citt e una figlia graziosa di nome Aret.
La vedova stravedeva per la figlia e, quando un commerciante la chiese in moglie, esit, nonostante l'uomo fosse gentile e generoso e avesse anche promesso per la sposa un buon prezzo. Aret sarebbe stata portata lontano, dal momento che il commerciante proveniva dalla Persia. La donna anziana si consult con i figli.
Il pi giovane, Constantine, la convinse a lasciar partire la ragazza e, sorridendo con naturalezza e spontaneit, giur alla madre che, qualora avesse desiderato rivedere la figlia, egli stesso sarebbe andato a riprenderla.
Cos Aret lasci l'isola e la madre e i fratelli proseguirono la loro vita di sempre, anche se la donna non smise mai di piangere per la figlia. Continu a tormentarsi e a scrutare il mare, come se ci avesse potuto restituirle la ragazza o le avesse permesso di comunicare con lei. il mare per restituiva solo silenzi; l'unica consolazione in questa sua tristezza era la compagnia dei figli e la promessa di Constantine.
Un giorno, tuttavia, non le rimase neppure questa. Una pestilenza, portata da qualche imbarcazione mercantile, aveva colpito l'isola. La natura della malattia rimase oscura ma si sa che si diffuse rapidamente e decim la popolazione. Uno dopo l'altro i figli della donna si ammalarono e morirono. La vedova si ritrov sola nella sua piccola casa, anziana e con il cuore vuoto. Mai come in quel momento avrebbe voluto rivedere Aret e nel profondo dell'animo nutriva rancore per Constantine che ora non poteva mantenere la promessa.
Per alleviare il dolore, una notte la donna and sul luogo in cui erano stati sepolti i suoi cari. Rimase per ore accanto alle tombe e cominci a mormorare e poi a gemere. Infine, si rec ai piedi della tomba di Constantine e richiam su di lui l'antica maledizione dei Greci.
"Constantine, figlio senza fede", grid. "Ascolta le parole di tua madre! Che tu possa non riposare mai, che tu possa restare integro. Che la terra non ti accolga! Possa la terra nera rifiutarti!".
Quindi rimase in silenzio. Attese ma non giunse alcuna risposta, infine si volt e si diresse zoppicando verso la collina. Alle sue spalle la terra sopra la tomba si mosse e trem; il terreno, spaccandosi, si copr di aghi di pino. Una mano annasp e poi apparve una testa, annerita e deformata. Il cadavere di Constantine era risorto dalla morte. Si ripul dal terriccio e si mosse barcollando tra gli alberi, alla ricerca dell'ombra. A grandi passi discese dalla collina, in direzione del porto.
La madre non aveva assistito alla scena. Esausta per le maledizioni lanciate, fece ritorno a casa lentamente, chiuse la porta e si distese sulla sua panca in attesa della morte. Per tre notti rimase impietrita e priva di sonno, fissando il soffitto. ??? bevve e non mangi nulla.
La quarta notte la sua porta si apr con un gran rumore. Sulla soglia apparve la sagoma della figlia Aret, torturata dal vento e con il volto pallido, apparentemente ignara
della creatura scura che le stava accanto.
La madre la vide e la riconobbe. Il suo cuore si riemp di gioia alla vista della figlia ma aveva un obbligo di riconoscenza verso la creatura silenziosa che un tempo era stata suo figlio, un figlio fedele dopo tutto, e lei fece il proprio dovere come era solita fare la sua gente. Si alz, gett una manciata di sale in un vaso pieno di acqua che era nella camera,e piangendo gett l'acqua sopra il vrykolakas. "Come questo sale si scioglie, cos succeder alla mia maledizione. Fermati e non camminare pi".
Un brivido percorse l'essere nero. La carne gonfia si lacer
fino a lasciare scoperte le ossa, poi le ossa stesse si
sbriciolarono. Con un lieve crepitio, il corpo di Constantine si dissolse, trasformandosi in un pugno di polvere.
La madre, da parte sua, dopo aver concesso al figlio il meritato riposo, mor tra le braccia della figlia.
Come il vrykolakas avesse raggiunto il suo obiettivo e mantenuto la promessa, nessuno seppe dirlo. Come molti altri vampiri di quell'epoca lontana, era risorto perch costretto a farlo e non con intenzioni ostili.
Con il passare degli anni il mondo egeo fu contaminato dal male proveniente dal nord. Dalle pianure e dai monti di Bulgaria, Romania e Ungheria arrivarono anime perdute, in cerca di defunti, la cui carne li avrebbe ospitati e avrebbe dato loro forza. Quando questi spiriti si infiltrarono in Grecia, i vrykolakas mutarono la propria indole, diventando assassini, alla continua ricerca di vite da catturare, proprio come i vampiri delle terre settentrionali.
In quei paesi, l'istinto omicida era molto forte e i vampiri erano cos numerosi da costituire un vero esercito della notte. In Bulgaria, ad esempio, la sete di morte correva all'interno delle famiglie e le fasi di trasformazione dopo la morte erano note a tutti. Il membro di una di queste famiglie abbandon la tomba nove giorni dopo la sepoltura, non in carne e ossa ma come ombra: una forma spettrale che faceva da schermo alla luce e appariva in una pioggia di scintille durante la notte. Veniva chiamato obour.
Ancora troppo deboli per uccidere, queste creature vagavano nei villaggi, tormentando gli abitanti con grida acutissime. Lordavano le pareti con letame di mucca e sputavano sangue sui pavimenti.
Queste manifestazioni erano s spaventose e disgustose ma non costituivano una minaccia per la vita degli abitanti. Dopo quaranta giorni gli obour ritornavano ai loro corpi, uscivano dalla tomba e ricomparivano tra i vivi, ma questa volta con conseguenze mortali. Di notte infatti vagavano, lasciando dietro di s una scia di animali e persone in fin di vita.
Uccidevano perch erano costretti a farlo: solo bevendo lunghi sorsi di sangue fresco i vampiri potevano sopravvivere. Questa necessit li rendeva perennemente affamati e questa era la ragione del terrore suscitato dalla loro presenza.
Avevano unghie a forma di uncino, con le quali afferravano e trattenevano le loro vittime, denti aguzzi che affondavano senza difficolt nelle arterie e nelle vene e labbra piene e avide che si chiudevano e succhiavano ritmicamente. Ogni notte, dopo essersi nutriti, la loro carne color cenere acquisiva la luminosit rosea tipica della salute, riflettendo il colore che aveva succhiato dalle loro vittime.
Con la loro dipendenza dal sangue, i vampiri testimoniavano, in modo perverso, la pi profonda delle credenze mortali. Fin dall'antichit gli esseri umani avevano rispettato profondamente il potere magico del sangue di donare la vita e perci lo consideravano la sostanza pi preziosa. Il sacrificio pi alto era rappresentato dal sangue di creature viventi, con il quale, infatti, venivano cosparsi gli altari degli dei e i campi prima di essere coltivati. Tra i norvegesi, perfino i vascelli venivano consacrati con il prezioso fluido. I Vichinghi guidavano le loro imbarcazioni sui cadaveri dei prigionieri prima di veleggiare, cosicch le chiglie diventassero rosse in onore degli dei del mare. Oggigiorno, il battesimo di una nave con il vino  un retaggio di quell'antica consuetudine.
Si riteneva, inoltre, che il sangue di qualsiasi essere ne contenesse le qualit peculiari e, se bevuto, fosse in grado di trasmetterle. I Vichinghi bevevano il sangue degli orsi per ottenere la forza feroce di quegli animali e il defunto, bevendo il sangue dei vivi, acquisiva qualcosa della vita stessa.
Si racconta che una volta l'eroe greco Ulisse avesse visitato il mondo dei morti per consultare il profeta tebano Tiresia e conoscere da lui il corso degli eventi futuri. All'inizio, per, Ulisse aveva incontrato solo ombre, esseri pallidi, volteggianti, privi di forma e del potere della parola. Solo quando egli ebbe ucciso una pecora e nutrito con il suo sangue il fantasma del profeta, Tiresia riacquist la forza e la voce necessarie a raccontare all'eroe vivente che i suoi viaggi sarebbero stati costellati di pericoli, come in effetti accadde.
Con il passare dei secoli, i vampiri viaggiarono in ogni punto della terra, alla ricerca di sostentamento.
L'Irlanda, ad esempio, era popolata da Dearg-due o "Colei che succhia sangue rosso", una donna giovane e pallida che si appostava nei cimiteri durante la notte, in attesa di passanti ignari. La sua bellezza era irresistibilmente seducente ma altrettanto letale: bastava infatti un suo bacio per togliere la vita alle vittime, dalle quali la donna succhiava il sangue.
In Scozia, creature di questo genere venivano chiamate baoShan sitk e si muovevano furtivamente insieme ai propri simili tra la vegetazione montana.
Gli Scozzesi avevano una vera passione per i racconti che narravano gli incontri con questi esseri ma non si trattava certo di leggende piacevoli.
Un uomo, di nome McPhee, una volta raccont di essere andato a caccia in un giorno d'inverno con tre compagni nelle Highlands occidentali. La sera li aveva colti a molti chilometri di distanza da casa e cos decisero di trovare rifugio in una capanna per pastori, una costruzione rustica con tetto spiovente, utilizzata da quelle parti per porre al riparo le pecore durante la stagione estiva. Gli uomini accesero un piccolo fuoco per cuocere i conigli che avevano catturato e in breve la piccola capanna fu piacevolmente riscaldata. La bottiglia del whisky passava di mano in mano.
McPhee inton una cantilena senza parole chiamata puirt-a-beul, molto apprezzata dagli abitanti delle Highlands. I suoi compagni si alzarono e danzarono nel buio al suono della melodia.
Ballavano in circolo, goffi per le risate e per l'eccitazione dell'alcol. Poco dopo, McPhee si ferm per riprendere fiato e i suoi compagni, rossi in volto dallo sforzo,
si fermarono anch'essi. "Ballate molto bene", osserv McPhee.
"S", rispose uno dei suoi compagni, ammiccando con sguardo furtivo. "Tuttavia, sarebbe di gran lunga pi piacevole poter danzare con qualche leggiadra fanciulla".
Nel frattempo, fuori si era alzato il vento: uno dei cani della muta ulul, mentre i cavalli dei cacciatori scalpitarono e nitrirono. Poi la porta si apr. Al rumore, gli uomini si voltarono velocemente e restarono stupefatti.
Quattro affascinanti giovani donne, interamente vestite di verde, indugiavano sulla soglia. Una di esse fissava McPhee con occhi luminosi e cerchiati di rosso. Procedendo a piccoli passi, si pose al suo fianco. Gli appoggi la mano sulla spalla e fece un cenno col capo: McPhee, seppur riluttante, riprese a cantare.
I suoi compagni, con lo sguardo inespressivo, come incantati, iniziarono a danzare, con movimenti lenti e sgraziati, mentre ciascuna delle giovani teneva saldamente il proprio cavaliere.
Nessuno parlava. Si udiva soltanto lo scalpiccio delle donne, il lieve fruscio dei loro abiti e il ritmo delicato della canzone di McPhee.
Per quanto tempo avesse cantato e i suoi compagni ballato, l'uomo non lo seppe dire. Ad un certo punto, comunque, la nenia gli mor in gola. Le misteriose danzatrici avevano azzannato i suoi amici al collo; il sangue lordava le loro labbra delicate e scorreva a fiumi sulle camicie delle sventurate vittime.
McPhee url terrorizzato e con un balzo si lanci fuori, nella notte, mentre la donna che gli era accanto gli stava alle calcagna. McPhee era disperato, perch non riusciva a liberarsi di lei; pi tardi giur di aver visto i suoi piedi trasformarsi negli zoccoli di un cervo. Sentiva il suo alito sul collo e le sue unghie conficcarsi nel braccio. Finalmente, con uno strattone riusc a liberarsi e cerc rifugio tra i cavalli legati.
Per ragioni che non riusc a comprendere, la donna sembrava incapace di avvicinarglisi, ora che era vicino agli animali. Lui rimase l, protetto dal calore dei loro corpi, per il resto della notte.
Nel buio sentiva i passi e il respiro sibilante del vampiro ma le tracce della sua presenza scomparvero con l'approssimarsi dell'alba.
McPhee si mosse solo quando il sole fu alto. Si allontan dai cavalli, guardandosi attorno con circospezione e scrut all'interno del rifugio. Il fuoco era spento, il piccolo spazio risultava buio. Entr e vide i suoi compagni di caccia: erano a terra, poveri cadaveri pallidi e completamente dissanguati. Le misere carni, con evidenti morsicature alla gola, erano coperte di croste.
Un tempo queste visite e uccisioni non erano rare e ovunque le caratteristiche erano sempre le stesse: i vampiri sembravano sedurre le loro vittime, la maggior parte delle quali si sottomettevano docilmente all'abbraccio del predatore, come incantate.
Alcuni vampiri risucchiavano tutto il sangue delle loro vittime in una sola volta; altri invece ne prelevavano un po' ogni notte cosicch le loro vittime si indebolivano lentamente, giorno dopo giorno. Nei paesi slavi vi erano villaggi che sembravano infestati dai vampiri; popolazioni intere
sparivano o morivano prive di sangue.
Assediati da nemici silenziosi, invisibili di giorno, quando si ritiravano nelle loro tombe o assumevano le sembianze animali, gli uomini e le donne camminavano impauriti, portando amuleti per proteggersi. Gli oggetti in ferro, ad esempio, costituivano una vera e propria maledizione contro tutti gli spiriti maligni, cos come i crocifissi.
Nessuno ne conosceva la ragione, ma l'aglio, a lungo ritenuto un potente antidoto contro il veleno e le infezioni, scacciava anche i vampiri e veniva custodito in borse appese al collo.
Tuttavia queste misure non erano sufficienti. Per considerarsi veramente al sicuro, occorreva catturare i vampiri durante il giorno, quando erano indifesi e fisicamente distrutti. Sulle montagne dei Balcani, infestate da queste terribili creature, vi erano dozzine di cacciatori di succhiasangue, ma per la maggior parte erano dei ciarlatani.
Alcuni si consideravano maghi e sostenevano di essere in grado di imprigionare gli spiriti dei vampiri in bottiglie; organizzavano una messinscena elaborata, e poi addebitavano ai clienti una somma considerevole. Altri "specialisti", in particolare in Serbia, venivano chiamati dhampirs; si riteneva che queste creature fossero figli di vampiri, dotate quindi di poteri particolari. I dhampir venivano pagati per cercare i vampiri durante il giorno e distruggerli in pubblico, una frode facilmente inscenata, poich i vampiri di Serbia erano visibili solo agli occhi dei loro discendenti.
I metodi per riconoscere i vampiri erano pochi e semplici. Se albergavano nel corpo di un defunto, potevano essere traditi dall'assenza di ombra e dal fatto che la loro immagine non veniva riflessa. Una volta scoperta, la creatura poteva essere seguita fino alla tomba, dove sarebbe rimasta per tutto il giorno. A volte, qualcuno vedeva i vampiri entrare nei loro letti di terra; talvolta i loro nomi erano noti e, in quei casi, individuare la tomba non era difficile. In altri casi, era necessario cercare segni di vita soprannaturale nelle cripte e nei cimiteri.
In alcuni paesi, quest'indagine era accompagnata da un preciso rituale. Un ragazzo giovane saliva su uno stallone bianco mai utilizzato per la monta e la coppia virginale veniva condotta su ogni singola tomba del cimitero. L'animale si fermava presso la tomba che ospitava il vampiro.
Poi si procedeva allo scavo. Una volta raggiunta la bara e sollevato il coperchio, una rapida occhiata al cadavere era sufficiente per confermarne la natura vampiresca. Il morto vivente non mostrava i segni tipici della decadenza; al contrario, era compatto e roseo, gonfio come una sanguisuga.
A questo punto qualsiasi metodo poteva essere utilizzato per porre fine ai vagabondaggi dei vampiri. Il pi semplice consisteva nel porre il volto verso il basso, cosicch la creatura si sarebbe ritrovata nella direzione sbagliata quando avesse tentato di lasciare la tomba.
In alcuni paesi, i vampiri venivano trafitti al cuore con un pezzo di legno acuminato oppure decapitati, e la testa veniva posta tra le gambe.
Tuttavia, il modo pi sicuro per distruggere un vampiro era
rappresentato dalla cremazione, bench, come narra un racconto russo, tale modalit fosse rischiosa. La storia ha per protagonista un cosacco dell'Ucraina.
L'uomo era in viaggio per raggiungere il suo reggimento, aveva camminato per molti giorni lungo un sentiero che attraversava i vasti campi di grano ucraini, falciati e cosparsi di stoppie marroni. La strada era deserta e fredda e il cielo quasi sempre grigio. Di tanto in tanto, stormi di oche volavano sopra la sua testa, puntando verso una terra lontana.
A volte il soldato scorgeva gruppi di contadini nei campi e raramente si imbatteva in un villaggio dove poteva trovare un granaio in cui rifugiarsi e del cibo. I centri abitati erano sparsi qua e l, e, nel loro isolamento, gli abitanti della regione erano diventati timorosi e poco ospitali.
I Cosacchi raccontavano di un soldato che una notte aveva combattuto coraggiosamente corpo a corpo con un vampiro, finch l'alba non aveva costretto ilmostro a ritirarsi nel silenzio della sua tomba. Allora gli abitanti del villaggio cercarono di porre fine a quella sventura...
Guardavano il cosacco con sospetto e facevano tre volte il segno della croce al suo avvicinarsi.
Una sera, al crepuscolo, il soldato fu felice di vedere ardere un piccolo fuoco davanti a lui.
Un altro viaggiatore poteva forse gradire la sua compagnia. Cammin rapidamente verso quel luogo.
Un uomo vestito di stracci sedeva accanto al fuoco, intento a riparare un paio di vecchi stivali. Evidentemente lo straniero non era un codardo, se aveva osato accendere il fuoco accanto ad un cimitero.
"Ehi, fratello,disse il cosacco e si avvicin al fuoco per riscaldarsi le mani.
Lo straniero lo guard con occhi minacciosi e gli rispose che egli non aveva alcun parente. Poi torn ad occuparsi della sua riparazione, senza aggiungere altro. Incurante della villania di quell'uomo, il cosacco continu a riscaldarsi le mani. Infine, lo straniero si alz e indoss gli stivali. Senza dire una parola inizi a spegnere il fuoco. Quando le fiamme si esaurirono, volt le spalle al cosacco e prosegu lungo la strada.
"Proseguir con te", disse il soldato mettendosi al passo con lo straniero. "Dove vai?".
Lo straniero scroll le spalle e rispose: "Vado in cerca di divertimento".
"Finalmente un po' di svago", pens il cosacco. Le luci di un villaggio brillavano davanti a loro e il suono di canti fluttuava nell'aria.
Affrettando il passo, i due uomini giunsero ad un cottage la cui porta era aperta. I viandanti erano capitati nel bel mezzo di un matrimonio. L'atmosfera era molto serena all'interno della piccola abitazione.
Un fuoco ardeva e la tavola lunga era apparecchiata. La sposa,
che indossava una tunica ricamata e una parrucca adorna di nastri, arrossiva e sorrideva e salut gli stranieri cortesemente, mentre gli invitati si raggruppavano attorno a lei e intonavano alcune tra le canzoni pi amate della regione.
Ben disposto, il cosacco si prepar a godersi la serata.
Si sedette a tavola e cant con gli altri e per alcune ore non si cur del suo compagno, che preferiva stare in disparte, nell'ombra, come se si vergognasse dei suoi abiti.
Dopo la mezzanotte, lo straniero si avvicin alla sposa, che sedeva circondata dai suoi amici. Si inginocchi davanti a lei come se volesse porgerle i suoi omaggi o supplicarla e, quando lei allung le braccia verso di lui, la assal.
Tutto si svolse nel giro di pochi istanti: la fanciulla, dapprima felice e piena di vita, si accasci al suolo priva di sensi, mentre i parenti si affrettavano a soccorrerla. Lo straniero, con movimenti fulminei e il volto arrossato, si alz e lasci l'abitazione.
Il soldato decise di seguirlo; aveva osservato bene il volto dello straniero e si lanci nell'oscurit.
Il cosacco raggiunse l'uomo che procedeva velocemente ma non tanto da mettere in difficolt un soldato. In un baleno afferr il braccio dello straniero per fermarlo.
"Ti ho riconosciuto,disse sommessamente.
Lo straniero tent di sfuggire alla presa. Un fetore terribile si lev dai suoi abiti. Le sue labbra si strinsero forte in una smorfia di morte, che evidenzi il sangue raggrumato agli angoli della bocca.
"Lasciami, mortale", disse freddamente. "Ho mangiato e sono forte. Potrei desiderare di mangiare ancora".
Per nulla intimorito, il soldato rise e sferr un pugno al petto dello straniero, che nonostante avesse accusato il colpo, si mise a correre.
Giunto al cimitero, vicino alle ceneri del suo fuoco, lo straniero si ferm.
"Solitamente noi bruciamo i vampiri", disse il cosacco. Quindi, lo colp di nuovo.
Sorprendentemente, la creatura rise. "Ci che vive in me pu sfuggire al fuoco e prendere possesso di altri corpi, pazzo", grid e strinse le sue lunghe braccia attorno ai fianchi del soldato.
Il cosacco sferr un pugno sul volto della creatura e sent le ossa rompersi. Il sangue gli usc dalla bocca e la mascella si scompose ma l'uomo non allent la presa. Caddero al suolo, affannati e rotolarono tra le tombe, sferrandosi reciprocamente colpi terribili.
Il cosacco disse in seguito di non sapere quanto fosse durata la lotta, che continu con ritmo sempre pi lento a causa della stanchezza.
Il canto del gallo salv il soldato. Proveniva dal villaggio,
dove tutti gli animali si stavano risvegliando. Quando ud quel suono roco, il vampiro si raggel. Diede al soldato una spinta possente e si liber, scivolando come un'ombra in una tomba vicina.
Il soldato si incammin lentamente verso la casa, per curare le proprie ferite.
Svegli gli abitanti del villaggio e raccont loro ci che aveva visto.
Ben presto tutti si riunirono attorno alla tomba, armati di
falci e badili e accompagnati da un carro carico di rami di frassino e betulla.
Scavarono e dissotterrarono la tomba. Non era chiusa. Spostarono il coperchio e l, nella bara, giaceva lo straniero con la sua mascella rotta e la testa ripiegata in modo strano. Gli occhi erano aperti. Guardavano con cattiveria verso coloro che lo osservavano, non si mosse e nessun suono provenne dalle labbra tumide e rosse.
Gli abitanti del villaggio accesero un rogo nel cimitero e, usando un forcone invece delle mani, vi deposero quel corpo ripugnante. Osservarono per ore, pregando, maledicendo e attizzando il fuoco quando si indeboliva, mentre la pelle del vampiro si anneriva e si ricopriva di vesciche e i suoi abiti cenciosi venivano ridotti in cenere.
Infine, anche lo scheletro nudo cominci a frantumarsi e un gemito alto e gutturale si lev dalle fiamme e sembr librarsi nell'aria.
Improvvisamente una moltitudine di animali ripugnanti presero forma nel fuoco: serpenti e lucertole, vermi bavosi, topi gonfi e uccellacci dalle ali immense si contorcevano tra le fiamme. Gli abitanti del villaggio colpirono le immonde creature con pale e badili, decapitandole e schiacciandone la colonna vertebrale.
Spinsero velocemente nelle fiamme i piccoli corpi per bruciarli. Ben presto, per, gran parte delle bestie inizi a scappare, evitando freneticamente i piedi scalpitanti e le armi dei mortali, dirigendosi verso le stoppie dei campi autunnali e i boschi scuri e lontani, dove si trovavano luoghi nascosti e sicuri.
La lotta dur molte ore ma alla fine non si videro altre creature e gli abitanti del villaggio non alimentarono pi il fuoco. Dopo aver disperso le ceneri del vampiro nel vento freddo, si diressero verso le case e i loro focolari.
Avevano annientato la creatura della notte, o almeno cos
supponevano. Dopo alcuni giorni il cosacco ripart e non pass
pi da quelle parti, non seppe mai se una delle creature volanti o striscianti fosse sopravvissuta. Se anche una sola di esse fosse fuggita, lo spirito del vampiro sarebbe fuggito con lei e avrebbe vagato segretamente nei boschi finch avesse trovato un nuovo ospite con sembianze umane.
Le probabilit erano a favore del vampiro. I divoratori di sangue erano una razza eclettica e ogni vittoria su di loro era da considerarsi temporanea.
Come altre creature della notte, erano pervasi da uno spirito terribile, i loro corpi potevano essere distrutti; ma quello spirito sopravviveva altrove, alimentato dalle tenebre, per rinascere una notte in un'altra epoca e in un altro luogo, in un corpo diverso.

La Creatura notturna di Croglin Grange. 

Per secoli Croglin Grange, una bassa costruzione in pietra nell'Inghilterra nord-occidentale, aveva osservato tranquillamente il panorama della brughiera
ondulata e il cimitero posto lungo un pendio. Molte generazioni della famiglia Fisher avevano vissuto indisturbate in questa residenza di campagna; fu
solo all'inizio del XIX secolo, quando il pi giovane dei Fisher lasci questa casa per una pi grande, che Croglin Grange acquis la fama di luogo dell'orrore.
Durante i mesi successivi alla partenza dei Fisher, la casa rimase disabitata e silenziosa. Quando l'inverno pass e giunse la primavera, si sentirono
echeggiare risate nella piccola sala da pranzo e le antiche finestre piombate si riaprirono. La residenza era stata affittata ad una famiglia di nome Cranswell.
I Cranswell, due fratelli e una sorella, erano una compagnia allegra, contenti della loro casa antica e deliziati dall'aria di campagna. Non avevano altro
che buone notizie da dare ai loro vicini, ai contadini che fornivano loro latte e uova e ai giovani delle abitazioni vicine, con i quali cenavano, andavano
a cavallo e organizzavano scampagnate. Se qualcuno dei Cranswell aveva notato i segni di violenza di cui i guardiacaccia riferivano, piccole lepri lacere
e insanguinate, uccelli spennati e dissanguati, nessuno di essi ne fece mai menzione. 
Ben presto, per, la famiglia Cranswell avrebbe sofferto a causa della creatura che infestava i terreni di Croglin Grange. La loro disavventura inizi
al tramonto di un giorno d'estate. Miss Cranswell si era ritirata
nella sua camera e si era soffermata alla finestra ad osservare l'ultimo raggio di luce che spariva attraverso il declivio e univa le ombre attorno al cimitero. Due piccole luci, forse fuochi fatui, simili ad una fiamma, danzavano tra le lapidi scure. Lei li osserv e mentre li guardava essi attraversarono le mura del cimitero; liberi da quella restrizione, fluttuavano sui prati. Innervositasi, Miss Cranswell chiuse la finestra con il chiavistello, serr la porta con il catenaccio e and a dormire. Si adagi sui cuscini per un po' in ascolto, ma tutto ci che ud furono i cigoli della vecchia casa che si preparava per la notte. Sorrise per il suo scarso coraggio e si assop.
All'improvviso, fu svegliata da un rumore. Qualcosa frusciava alla finestra e faceva tintinnare il catenaccio. Fuori dalla casa, due punti di luce brillavano, riflessi dai vetri della finestra. Era chiaro che si trattava degli occhi di una creatura simile ad un uomo. Mentre lei osservava pietrificata, una mano spettrale buss lievemente sui vetri.
Miss Cranswell apr la bocca per gridare, ma non emise alcun suono. Agghiacciata dalla paura, guardava la mano esplorare la cornice della finestra e i vetri. La creatura stava togliendo il piombo che sigillava un pannello della finestra.
Il pannello cadde rumorosamente. La mano, mortalmente grigia, penetr e apr il chiavistello; la finestra si spalanc e il terribile visitatore fu pienamente visibile.
Era un uomo pallido, al punto che il suo volto pareva cosparso da una fitta ragnatela, ad eccezione degli occhi incandescenti e delle labbra tumide e rosse. La sua testa roteava da un lato
all'altro mentre osservava la stanza; poi, agile e silenzioso come un ragno, salt sul davanzale della finestra e attravers la stanza, dirigendosi verso il letto di Miss Cranswell.
Si avvicin alla giovane, dondolandosi leggermente. Immobile, Miss Cranswell lo guardava con occhi attoniti. Quindi, delicato come un amante, insinu le sue mani tra i capelli della donna, costringendola a piegare la testa. Le sue labbra si aprirono, i suoi incisivi bianchi brillarono. Poi si pieg su di lei come se volesse baciarla.
La conclusione di questa scena venne in seguito descritta dai fratelli di Miss Cranswell. Evidentemente lei aveva poi trovato la forza per emettere un grido acuto e tremolante, che era echeggiato attraverso le stanze tranquille di Croglin Grange.
In pochi secondi, i giovani furono alla porta della sorella e la abbatterono.
Una scena terrificante apparve ai loro occhi. La fanciulla, con il volto livido, giaceva sui cuscini.
Piccoli rivoli di sangue arterioso scarlatto sgorgavano dalla gola, mischiandosi con gocce pi scure, bluastre, provenienti da vene recise, che macchiavano le lenzuola bianche accanto alla sua testa. Solo una debole contrazione delle braccia e delle gambe sotto le lenzuola dimostr che era ancora viva.
Intenti a salvare la vita a Miss Cranswell, i fratelli notarono solo la finestra aperta e il vetro rotto. In seguito ricordarono l'odore di muffa e un tanfo dolciastro. In quel momento,
comunque, le loro energie erano tutte rivolte a tamponare il
flusso di sangue e a chiedere aiuto.
Fortunatamente, riuscirono a salvare la sorella. Miss Cranswell sopravvisse e, non appena ebbe recuperato un po' di forze, i giovani chiusero la casa e la portarono in Svizzera perch si ristabilisse all'aria di montagna.
Non passarono molti mesi, comunque, prima che la famiglia facesse ritorno a Croglin Grange. Avendo ascoltato il racconto della sorella, i giovani intuirono quale tipo di creatura potesse averla ferita ed erano decisi ad eliminarla. Con loro grande preoccupazione, Miss Cranswell, che era una donna intrepida, insistette per aiutarli.
Una notte d'inverno, quindi, si prepar ancora una volta nella sua camera, in attesa del sorgere della luna. Ancora una volta, fiamme gemelle brillarono nelle tenebre all'esterno. Ancora una volta Miss Cranswell ud i colpi sui vetri della finestra e vide il vetro cadere e l'intelaiatura aprirsi.
Questa volta, per, la fanciulla non era sola. I fratelli, armati di pistole, aspettavano con lei, e, quando il vampiro si affacci alla finestra, gli spararono. La creatura scomparve immediatamente. Tutto ci che i Cranswell udirono fu un grido sibilante; tutto ci che videro fu una figura scura che fuggiva attraverso il prato, in direzione del camposanto.
Insieme i Cranswell attesero il sorgere del sole, poich non desideravano avventurarsi all'esterno sapendo che uno di quei demoni era libero. Alle prime luci dell'alba, i fratelli accompagnarono Miss Cranswell in una fattoria vicina. Quindi,
con il contadino e i suoi uomini, si diressero verso il cimitero sotto Croglin Grange.
Il luogo era tranquillo, le tombe intatte. Gli uomini cercarono nella chiesa; nella navata non si vedeva nulla. Vicino all'altare, per, vi era una porta d'oro che conduceva alla cripta sotterranea e, dietro alla porta, una scena terrificante li attendeva.
Le tombe nella cripta erano state profanate, tolte dalle loro nicchie e aperte. Il loro misero contenuto (ossa frantumate e segnate dalle impronte di denti umani) giaceva sparso sul pavimento di pietra.
Solo una bara era intatta, bench aperta. In essa, silenzioso come un morto, giaceva il visitatore di Croglin Grange, pallido in volto e con le labbra rosse. I suoi occhi erano spalancati ma nessun fuoco li alimentava; come tutti i vampiri, durante le ore diurne era senza poteri. Una gamba recava la profonda ferita di un proiettile.
In un silenzio sinistro, gli uomini fecero ci che dovevano. Portarono la bara dalla cripta sul sagrato della chiesa ora soleggiato e la bruciarono, in modo che il vampiro non potesse pi colpire.
Nessuno riusc mai a scoprire da dove venisse questa creatura o perch si fosse accanita contro la famiglia Cranswell e non si fosse mai interessata dei Fisher. Quando si interrogavano gli abitanti del villaggio a questo proposito, essi scrollavano le spalle e si allontanavano: queste apparizioni inspiegabili non erano insolite. I Cranswell abbandonarono Croglin Grange e la casa rimase vuota per lungo tempo.

Hansel e Gretel.
La maggior parte delle favole per bambini dipingono il mondo a tinte vivaci e allegre e solo poche prendono in considerazione il male. Una di queste racconta di due fratelli, Hansel e Gretel, catturati da un essere demoniaco.
 I bambini erano stati abbandonati dai loro genitori in un bosco, in Germania, durante un periodo di carestia, in cui gli adulti stessi morivano di fame e non avevano cibo per sfamare due giovani bocche. Abbandonati a se stessi, i due bambini cominciarono a vagare tra gli alberi, e avrebbero continuato fino allo sfinimento se non si fossero imbattuti in una piccola casa, costruita nello stile tipico della regione e fiancheggiata da un camino tozzo, dal quale si elevava un filo di fumo. Il fumo era sinonimo di cibo caldo, perci i due fratelli bussarono alla porta, senza vergognarsi di elemosinare. All'improvviso, due lunghe braccia emersero dall'uscio socchiuso e li trascinarono all'interno. L'essere che li aveva afferrati aveva il volto arrossato di una donna in et avanzata. Una volta catturati i bambini, la vecchia chiuse la porta.
 I piccoli venivano nutriti regolarmente. Giorno dopo giorno la vecchiaccia dava loro farina d'orzo bollita nell'acqua. Giorno dopo giorno, brontolando e sogghignando tra s e s, li pungeva con le sue dita ossute, pizzicando la loro carne per esaminarne la consistenza. Venne Infine il giorno in cui la vecchia si diede da fare con i mantici per accendere il suo forno profondo. Di tanto in tanto, parlava ai bambini, ripetendo loro sempre il solito velenoso ritornello: "A me piace la carne ben cotta". Quando tutto fu pronto, la donna tent di spingerli nel forno. Tuttavia, ben nutriti affinch ingrassassero, i piccoli erano divenuti pi forti. Secondo la favola, i due fratelli riuscirono a spingere la strega stessa nel suo forno e a rinchiudervela, uccidendola.
 SI racconta, inoltre, che Hansel e Gretel trovarono nella casa della donna un tesoro e lo portarono ai genitori: la famigliola, cos, non dovette pi soffrire la fame.

Gli aspetti del Vampiro.
I vampiri, disponendo di tutte le armi del male, erano molto abili nel modificare le proprie sembianze, non si trasformavano in pipistrelli come spesso si crede: questo tipo di metamorfosi  una mera invenzione letteraria, nata dopo la scoperta nel Muovo Mondo dei pipistrelli ematofagi (che cio si nutrivano di sangue). Per spostarsi indisturbati da un luogo all'altro, i vampiri potevano assumere l'aspetto di polvere o vapore, vagare nell'aria sotto forma di gufi o correre come lupi o gatti.
I vampiri giapponesi prediligevano quest'ultima trasformazione. Questi vagabondi della notte, che pare avessero frequentato le corti delle prime principesse giapponesi, assumevano molto spesso l'aspetto relativamente innocente delle concubine di corte e, cos travestiti, succhiavano il sangue dei loro amanti. Se venivano spaventati o inseguiti, rimpicciolivano, lasciando cadere i loro kimono e emergendo dagli abiti di seta sotto forma di grossi gatti, riconoscibili come vampiri perch provvisti di due code.


Capitolo Quattro.
IL SENTIERO DEI MANNARI.

Centinaia di anni fa, l'antica citt fortificata di Magdeburgo, nella Sassonia prussiana, aveva un ingannevole aspetto tranquillo. Situata sulle sponde del fiume Elba, Magdeburgo era formata da case di legno dai tetti spioventi e attraversata da canali trafficati di chiatte. Le vie pavimentate con ciottoli ornavano il centro della citt e si estendevano disordinatamente a ventaglio verso i campi di grano circostanti. Al di
l dei campi per si profilava un territorio diverso: le pendici dei monti Harz, infestate dai lupi. La citt era un'isola assolata in un mare di ombre ma non per questo sfuggiva agli antichi poteri magici occultati nelle pinete, come dimostrano gli avvenimenti accaduti durante un inverno.
Le prime avvisaglie dell'imminente tragedia si ebbero a gennaio: i canali intrappolati dal ghiaccio e le strade coperte di neve riflettevano al crepuscolo una luce azzurra e la brava gente 
rimaneva raccolta vicino alle stufe calde, ignorando i venti che soffiavano dalle montagne. Una notte un bambino scomparve dalla sua camera e la notte
successiva un 
altro da un'altra casa e quella dopo un altro ancora. 
Non si udiva nessun lamento, nelle piccole stanze tutto era intatto ma ben 
presto si trovarono indizi che facevano presupporre il destino dei bambini. Nella neve fuori dalle case vi erano infatti impronte di lupo. La gente cominci a raccontare di inverni passati, in cui le bestie avevano lasciato le foreste ed erano entrate furtivamente nelle vie del paese in cerca di cibo. Da quelle parti il mese di gennaio veniva chiamato Wotf-monat, o "mese del lupo", perch allora i lupi affamati si infiltravano negli insediamenti umani.
Tuttavia, mentre i lupi cacciavano solitamente in coppia o in branco, le tracce apparse a Magdeburgo indicavano la presenza di un solo animale. Quale lupo, dunque, colpiva in silenzio? Quale animale attraversava la soglia delle case per rapire i bambini?
Durante le settimane successive, tutte queste domande vennero poste al magistrato di Magdeburgo, di nome Breber, dalle famiglie spaventate. Egli, purtroppo, non aveva risposte. Ordin il coprifuoco; fece appostare uomini armati nelle strade, ma il ladro della notte trionf ancora, e i bambini del paese continuarono a scomparire: i figli dei servi, degli artigiani, dei barcaioli e dei sorveglianti delle chiuse. Per, non erano solo i pi umili ad essere colpiti dalla sventura: il bambino pi piccolo dell'avvocato fu preso, cos come la figlia del comandante della fortezza.
La gente di Magdeburgo pass dall'appello all'indignazione. Non
avendo nessun capro espiatorio, si rivolsero al magistrato, come se egli fosse in qualche modo responsabile dell'accaduto. Persino la moglie, che non aveva bambini per cui temere, lo respingeva. Dopo i primi rapimenti, la donna aveva cominciato a sfuggirlo. Adesso si ritirava nelle sue stanze e di notte negava il suo letto al marito. L'uomo la vedeva pochissimo.
Tutto ci lo addolorava ma Breber era coscienzioso e coraggioso. Lasci la moglie alla propria solitudine e, armato di spada, cominci a pattugliare lui stesso le fredde strade notturne. Quasi sempre non incontrava nessuno, eccetto le guardie che aveva disposto, le quali lo salutavano scontrosamente oppure lo ignoravano mentre effettuava le sue ronde solitarie.
Una notte qualcuno per strada lo avvicin. Era una serata molto fredda e nebbiosa e Breber aveva difficolt a trovare la direzione giusta nei vicoli stretti e nei passaggi tortuosi del quartiere povero in cui si trovava. Quando si ferm per orientarsi e accendere la pipa, una piccola figura si lanci su di lui.
Egli la afferr e nel buio prese forma. Era una donna scompigliata, avvolta in stracci. La riconobbe: era stata tra le prime a perdere il figlio e da allora la sua mente era rimasta sconvolta. Ora, furiosa, girovagava per le strade.
Breber calm la donna e si chin per ascoltarla.
"La notte ha i denti", borbott con un mormorio roco. "La notte ha gli artigli ed io li ho trovati".
Quindi, la donna si gir e prese ad ondeggiare attraverso la densa foschia, piagnucolando parole incomprensibili. Sospirando il magistrato la segu.
 Sembrava, infatti, che la sua strada avesse una direzione, anche se contorta. Attraversava un piccolo sobborgo, al margine del paese e proseguiva verso i campi di grano ricoperti di neve.
Mentre Breber la seguiva dappresso, la donna si inoltr nella pineta percorrendo un sentiero che anche lui aveva imboccato l'autunno precedente durante una battuta di caccia. Ella vagava da una parte all'altra come un cane che segue una traccia, poi gir bruscamente e si immerse nel sottobosco ghiacciato.
Dopo qualche istante, emise un gridolino di trionfo e in quel momento Breber scorse una figura avvolta nel buio, che si muoveva a balzi su quattro zampe, reggendo tra i denti un ingombrante fardello. La donna segu la misteriosa creatura cos rapidamente che Breber la perse di vista. Fortunatamente, la traccia lasciata dal suo passo strascicato si notava con facilit: fuori dall'abitato l'aria era tersa e la luce della luna brillava sulla neve. Sguainando la spada, Breber si lanci all'inseguimento.
Le tracce conducevano in una radura che Breber conosceva bene: vi era una capanna da caccia che un tempo lui stesso aveva utilizzato. Ud le urla strazianti della donna molto prima di aver raggiunto la casa e subito dopo, un brontolio bestiale.
Senza esitare Breber si precipit verso la porta e la abbatt.
La capanna si era trasformata in un autentico macello. Tra la confusione di piccole ossa sparse tutt'intorno, vi era il corpo maciullato della donna che aveva seguito. Met del viso era stata sbranata e l'unico occhio rimasto guardava fisso al soffitto. Le sue misere vesti erano state lacerate e le viscere fuoriuscivano dall'addome, muovendosi come serpenti. Il corpo si contrasse, gorgogli e infine rimase immobile.
Sopra il corpo della donna, accanto ad un bambino tremante, c'era l'assassino. Vedendo tutto ci Breber barcoll. Era qualcosa pi di un animale ma meno di un uomo e mentre Breber lo guardava, quell'essere sembrava assumere un'altra forma. Aveva la testa di un lupo e gli occhi freddi e scintillanti ma dalle zanne scoperte gocciolava del sangue su un bianco seno di donna. Dalla testa enorme cadevano grottescamente riccioli d'oro, sparsi sulle spalle grigie e pelose. Dalle mani pallide e femminee, spuntavano grossi artigli di lupo.
L'animale alz la testa e, ringhiando, fece un balzo. Breber fu pi veloce e riusc a infilzargli la spada nel cuore, tenendo l'elsa ben stretta, mentre il mostro urlava e si contorceva. Infine, cadde ai suoi piedi e il magistrato estrasse l'arma insanguinata e la alz per tagliargli la testa.
Allora accadde qualcosa di straordinario. Sotto lo sguardo
esterrefatto di Breber, la bestia sub una trasformazione.
Il pelo sbiad e si dissolse nell'aria; il corpo ebbe un fremito e si raddrizz; davanti a Breber, sul pavimento imbrattato di sangue, non giaceva pi un lupo ma una donna.
Lei tese una mano, ormai debole, verso di lui. Quindi, la mano ricadde e la luce nei suoi occhi svan: quel mostro era la moglie di Breber. Dopo qualche istante, l'uomo raccolse il bambino che piangeva e lasci quel luogo. In lacrime, riport il bambino a Magdeburgo e raccont ai cittadini ci che era accaduto. Lasci a loro il compito di distruggere il corpo della moglie e non parl mai pi di lei.
La gente del paese, invece, continu a parlarne per molto tempo. Si raccontava che un autunno, accompagnando Breber in una battuta di caccia sui monti Harz, la donna avesse bevuto dell'acqua da una sorgente e in seguito avesse pagato cara questa sua azione.
Si diceva che in quel luogo l'acqua che affiorava in superficie provenisse da un'antica fonte nelle viscere della terra. L'acqua era impregnata della magia nera dei tempi passati, un'epoca pi antica dei paesi e anche delle stesse foreste. Una piccola quantit poteva avvelenare chi l'avesse ingerita. Coloro che, sventurati, ne bevevano da ruscelli o sorgenti, perdevano met della loro natura di uomini. Durante il giorno, avevano sembianze umane ma la notte si trasformavano in belve micidiali, retaggio di un mondo regolato da oscuri poteri. Involontariamente, la moglie di Breber si era unita ad una compagnia notturna, segreta e spaventosa. Era diventata un lupo mannaro (probabilmente dal latino volgare lupus hominarus). Queste creature erano letteralmente dei lupi umani. Ve ne erano molti come lei. Anche se l'uomo da molto tempo si era evoluto pi di ogni altro animale ed aveva costruito citt ricche come
Magdeburgo e raggiunto altezze vertiginose come le cattedrali che celebravano l'anima (quell'essenza invisibile che li poneva al di sopra delle bestie), alcune tracce della bestia originaria rimanevano dentro di lui e potevano essere rievocate.
In ogni luogo della terra apparvero creature che vivevano in parte come uomini in parte come animali, assumendo l'aspetto di predatori. Da varie zone dell'Europa, dove girovagavano cinghiali, orsi e lupi, provenivano racconti di uomini che assumevano le sembianze di quegli animali e assalivano parenti e vicini. In India la gente temeva l'uomo-tigre, mentre ombrosi uomini-volpe infestavano Cina e Giappone.
Per alcune di queste creature, le periodiche e ricorrenti metamorfosi erano un fatto congenito. Altre, come la moglie di Breber invece, erano vittime di incantesimi. Altre ancora, poi, sceglievano deliberatamente la via dei poteri animali e la libert offerta dalla vita selvaggia. Si diceva, ad esempio, che alcuni maghi e streghe avessero imparato da Satana ad assumere sembianze animali. Si spalmavano con unguenti a base di ingredienti quali il grasso di bimbo, la cicuta e il giusquiamo (una pianta velenosa). I popoli germanici ritenevano che la metamorfosi avrebbe avuto luogo indossando cinture particolari fatte di pelle di lupo non conciata o di pelle di uomo impiccato. Nei Balcani, era convinzione che un uomo potesse trasformarsi in mannaro dopo aver bevuto dell'acqua depositata nell'orma di una bestia o aver mangiato il suo cervello.
Le persone che praticavano questi rituali magici rinunciavano all'umanit per inseguire il potere. Il loro mondo, tuttavia, era difficile. La maggior parte dei mannari conduceva infatti una vita strettamente legata all'obbedienza ad una autorit divina o terrena, soffrendo spesso per fame, guerre o malattie. D'altra parte, coloro che diventavano lupi mannari lasciavano la prigione della forma umana; girovagavano liberi in un mondo oscuro, ricco di odori e di suoni segreti. Liberandosi dai vincoli della ragione e della sensibilit, scartando i dilemmi della vita umana e protetto dalla velocit, dalla forza e dalla furbizia di una bestia, anche il pi umile degli uomini diventava signore della foresta e, a sua discrezione, anche dei suoi antichi compagni.
Infatti, da sempre, gli uomini avevano agognato alla forza delle bestie. Era con la speranza di acquisirne la possanza, ad esempio, che gli uomini appartenenti a molte trib selvagge indossavano pelli di animali durante le battaglie. Tra gli
eserciti degli antichi Scandinavi vi erano guerrieri che
cercavano di catturare la forza animale avvolgendosi nelle pelli di orso. Il loro nome, Berseker, derivava dal termine che designava quell'indumento, Hearsarfho "camicia di orso". I nemici che dovevano affrontare tali avversari sul campo di battaglia rimanevano impressionati dal loro aspetto. Questi uomini-orso, nudi sotto le grosse pelli, ululavano e saltellavano. Affilavano i denti e si lanciavano in battaglia con una furia spericolata e irragionevole. Giungeva, quindi, il momento in cui la collera li dominava e un potere antico li invadeva. Al culmine della sua estasi animalesca, si raccontava che un berseker potesse mandare in frantumi uno scudo di ferro con i denti o lanciarsi nel fuoco senza percepire alcun dolore.
Il lupo  un altro animale di grande forza. Pu pesare fino a quarantacinque chilogrammi e il suo passo lungo e felpato gli permette di coprire distanze immense alla ricerca di una preda. I lupi possono mantenere per molte ore una velocit costante d venticinque chilometri orari e a volte riescono a percorrere pi di centocinquanta chilometri in un solo giorno. Provvisti d vista acuta e udito fine, hanno la mandibola e i denti forti e sono predatori coraggiosi. Cacciano in branchi e isolano la preda con un'abilit micidiale. Un tempo erano ben noti in tutta Europa. Si aggiravano facilmente in ogni luogo, in particolare nella taiga, la vasta fascia di conifere della Russia settentrionale, ma anche nelle fitte foreste della Francia e della Germania. A quell'epoca, al crepuscolo, spesso si sentiva l'ululato dei lupi. Finch il cibo era abbondante, essi si
tenevano lontani dagli insediamenti umani; quando invece le prede cominciavano a scarseggiare, al calar delle tenebre invadevano i piccoli paesi ai confini con la foresta. Silenziosi come ombre, annusavano le vie strette, scrutando dalle finestre e sfiorando le porte mentre passavano, attenti agli odori e ai movimenti degli esseri umani. Decimavano il bestiame e non temevano gli uomini. Pare che durante il terribile inverno del 1450, avessero invaso anche Parigi penetrando attraverso una breccia nelle mura della citt, uccidendo quaranta persone.
Portatori di morte, erano temuti come la morte stessa. Si raccontava che i lupi fossero l'anima di antiche e crudeli entit, tanto che in Francia il crepuscolo - il momento in cui i lupi ululavano - veniva chiamato "l'intervallo fra il cane e il lupo", giacch il cane era il servo dell'umanit, mentre il lupo ne era il padrone.
 Per alcuni esseri umani, la possibilit di condividere la natura dei lupi rappresentava una forte tentazione. Se fossero riusciti nel loro intento, sarebbero diventati dei lupi mannari, pi ferci dei lupi stessi perch carichi di crudelt. Erano i nemici segreti che di giorno camminavano tra gli esseri umani e di notte ne bramavano la carne.
 Furono pochi i mortali che assistettero alla metamorfosi di un lupo mannaro. D'altra parte era logico che la maggior parte delle donne e degli uomini che si abbassavano al livello di bestie custodissero quel segreto con molta cura.
Un'avventura di tal genere accadde a uno schiavo romano di nome Nicero, che una notte d'estate aveva lasciato la casa del
suo padrone per recarsi ad un appuntamento con l'amante. Era una bella serata mite e un soldato simpatico, amico di Micero, si era unito a lui. I due uomini percorrevano insieme una strada tra gli ulivi, chiacchierando piacevolmente. La via costeggiava un camposanto e il compagno di nicero lo lasci per un istante per sostare tra quei bianchi monumenti. Lo schiavo gli volse le spalle e scrut la luna gialla che sembrava sospesa nel cielo. D'improvviso si sent afferrare da una mano artigliata e si gir di scatto.
Illuminato dalla luce della luna, il soldato stava in piedi tra le pietre, completamente nudo. La tunica ed i sandali erano ammonticchiati ai suoi piedi. I peli che ricoprivano il suo corpo si erano trasformati in una pelliccia folta e lucida. Le mani si torcevano nell'aria e le punte delle dita brillavano e diventavano sempre pi simili ad artigli. Quindi, con un forte colpo di tosse, si ripieg e cadde. Un istante dopo alz la testa e guard Micero. Lo schiavo lo fissava pietrificato: dinanzi ai suoi occhi non vi era pi l'uomo che conosceva; al suo posto c'era ora un lupo dagli occhi scintillanti come l'oro.
La bestia non lo attacc. Alz la testa e dal fondo della gola produsse una nota bassa e tremolante, che sal fino a sembrare un ululato dolente, riecheggiante tra le lapidi. Quindi, il lupo si volt e a grandi passi ondeggianti si allontan frettolosamente tra gli ulivi.
Nicero non volle correre rischi. Fugg verso la strada, senza fermarsi, fino alla piccola fattoria dove abitava l'amata. Giunto sul posto, vi trov una grande confusione: un lupo aveva attaccato le pecore del contadino; ora erano rinchiuse nell'ovile, con la lana intrisa di sangue. A quel punto, nicero raccont la sua incredibile storia. La sua compagna lo rassicur, offrendogli del vino e sussurrandogli parole dolci. Era stato un lupo normale disse e il contadino stesso l'aveva scacciato, ferendolo gravemente con un bastone acuminato.
Ciononostante, quando nicero fece ritorno in citt la mattina seguente, constat che la trasformazione a cui aveva assistito nel camposanto non era frutto della sua immaginazione. Trov l'amico agonizzante per una ferita da arma da taglio ricevuta la notte precedente, una ferita che egli non intendeva giustificare in alcun modo, nemmeno in punto di morte.
Anche se il soldato fosse sfuggito ad una morte violenta, avrebbe ugualmente compreso che la libert e il potere di una bestia avevano un costo molto elevato. L'essere umano che abbandonava la sua umanit era perso, intrappolato tra il mondo animale e quello degli uomini, prigioniero di una crudelt sempre crescente. Col tempo, diventava estraneo anche ai piaceri umani pi semplici, quali la vista del viso luminoso di un bambino, il profumo del pane appena sfornato, le serate trascorse a parlare davanti al fuoco. I doni preziosi della cultura e dei sogni non esistevano pi e tantomeno la gioia dell'onore e la delizia della bellezza o il pianto e il riso.
Ci che rimaneva era una vita di vagabondaggi, giornate di finzione e notti di uccisioni solitarie. Si diceva che l'ululato di un lupo mannaro fosse pi malinconico di quello di un lupo selvatico, perch era un vero e proprio lamento.
Quella dei mannari era una condizione maledetta. Infatti, le prime leggende in proposito descrivevano persone intrappolate da una maledizione, come Licaone, un antico tiranno dell'Arcadia, nella Grecia occidentale. Questo re, un uomo odioso, un giorno decise di mettere alla prova la perspicacia di Zeus servendogli un banchetto a base di carne, che comprendeva anche della carne umana. Furioso, Zeus trasform il tiranno in lupo, condannandolo ad essere sempre affamato e nel contempo ben consapevole della propria situazione. Secondo alcuni, il termine licantropo, sinonimo di lupo mannaro, deriva appunto dal nome di Licaone.
A volte, la causa della maledizione era semplicemente la curiosit umana, l'aspetto pi encomiabile dell'arroganza di Licaone. I poeti scandinavi raccontavano una storia del genere quando riportavano le avventure di due soldati del potente clan dei Volsung.
Tanti e tanti anni fa, un capo clan di nome Sigmund percorreva a piedi con il figlio Sinfjotli le pinete e i fiordi scuri delle regioni settentrionali. Era l'estate in cui Sigmund stava per concludere l'iniziazione del giovane figlio, prossimo ad entrare nell'et adulta; era una stagione di lunghe giornate luminose, arricchite dai piaceri della caccia.
Un giorno, al tramonto, i due capitarono in una capanna di pelle in mezzo alla foresta, il tipico rifugio di malviventi. Sinfjotli alz il lembo che copriva la porta e scrut all'interno della capanna. Era buia e piena di fumo ma la poca luce rivelava la presenza di due uomini addormentati e di due belle pelli di lupo con le teste intatte e splendide zanne, visibili dalle fauci spalancate, che pendevano dal soffitto. Silenzioso come un ladro di notte, Sinfjotli scivol dentro e prese le pelli.
Scherzando, si appoggi la pelle pi grande sulla testa e sulle spalle; lanci l'altra a suo padre che fece lo stesso. Quindi, si scrutarono attentamente: erano identici. Sigmund apr la bocca e da essa usc un latrato gutturale; suo figlio cerc di afferrare la pelle di lupo ma si accorse che questa gli aderiva strettamente al corpo. Infine, entrambi caddero al suolo. Dove c'erano due soldati ora si trovavano due lupi.
L'istinto animale ebbe facilmente il sopravvento. Insieme procedettero a balzi tra gli alberi, fermandosi ogni tanto per esaminare una traccia. Quando sentirono l'odore degli umani, lo seguirono finch arrivarono a una radura dove alcuni cacciatori, coperti di pelli, dormivano attorno al fuoco.
Sigmund e Sinfjotli si precipitarono fuori dal bosco. Le loro mandibole si strinsero attorno alla gola degli uomini che dormivano. Il caldo sangue umano dal profumo dolciastro si lev tutt'attorno. In pochi istanti, avevano dilaniato i corpi e affondato il muso nella carne ancor prima che le vittime fossero morte. Mangiarono esattamente come tutti i lupi, rimpinzandosi finch il loro stomaco fu cos gonfio da non poter ingoiare altro; dopotutto forse non avrebbero trovato altra carne per diversi giorni.
Infine Sinfjotli cadde a terra, respirando affannosamente. Il lupo pi anziano gli si avvicin ma il pi giovane interpret il movimento come una minaccia. Fece un balzo sulle zampe rigide, rizz il pelo attorno al collo e ringhi. Confuso, il lupo pi anziano si gett in avanti e affond i denti nella gola di Sinfjotli, che cadde sanguinante ai piedi del padre. Quindi, come se si fossero risvegliati vaghi ricordi di umanit, il lupo pi vecchio si sdrai accanto all'altro, lamentandosi e leccando la ferita che lui stesso aveva procurato.
Per ore i due animali rimasero tra gli
uomini che avevano ucciso. Infine, per motivi inspiegabili, l'incantesimo svan e le pelli di lupo si staccarono dai loro corpi. Il padre e il figlio ferito si alzarono in piedi e osservarono la carneficina. Tristi e silenziosi accesero un fuoco e bruciarono le pelli di lupo che avevano tolto loro l'umanit augurandosi di non avere mai pi un'esperienza simile.
Tuttavia, erano pochi i mortali che una volta caduti nella trappola della bestialit riuscivano a sfuggirvi. Ci che spesso rendeva il destino dei mannari ancora pi tragico era il fatto che essi non avevano ricercato volontariamente il potere animale.
Tutto ci pareva nascondere una certa crudelt, come se esistessero ovunque poteri maligni pronti ad intrappolare i mortali sprovveduti. Si racconta che in Italia coloro che si arrischiassero a dormire all'aperto il venerd sera con il volto illuminato dalla luce della luna piena si sarebbero trasformati in lupi mannari; la stessa sorte attendeva i pastori che si dissetavano con l'acqua dei ruscelli visitati in precedenza dai lupi. In alcuni paesi, si credeva che il destino fosse determinato dalla nascita: i Tedeschi pensavano che l'ultima di sette figlie potesse essere un lupo mannaro, nei Balcani, chi coglieva e regalava un fiore bianco della palude era predestinato (il nome di questo fiore non  giunto fino a noi). Altrove, si riteneva che i bambini nati a natale fossero a rischio, forse perch questa festa cadeva vicino al solstizio d'inverno, quando si aggirava il male o forse perch la notte era consacrata alla nascita di Cristo.
Queste persone erano vittime di un male che non riuscivano a comprendere e molte di loro non traevano alcun piacere dalla loro natura animalesca. Alcuni tipi di lupi mannari lottavano contro l'istinto e cacciavano gli altri esseri viventi solo quando vi erano costretti dalla fame. Altri imparavano a scoprire i segni che presagivano la metamorfosi, che poteva avvenire ogni sera al tramonto, ogni notte di luna piena o solo una volta all'anno. In casa propria costoro preparavano delle stanze segrete, nelle quali si chiudevano quando arrivava il momento fatidico. Solitamente queste stanze erano situate in angoli remoti della casa, dove gli ululati venivano smorzati e dove vi erano sistemi complessi di serrature e chiavistelli che confondevano la semplice intelligenza della bestia (le serrature potevano essere invece facilmente aperte quando tutto tornava alla normalit).
In alcuni casi, questi sistemi di protezione erano di dominio pubblico. Come in Lombardia qualche secolo fa, ad esempio, e precisamente a S.Angelo, un paese ordinato e religioso.
La lotta del paese contro la maledizione del lupo mannaro aveva
avuto inizio la vigilia di natale, quando il presepio brillava
nella chiesa illuminata dalla luce delle candele. Fuochi allegri rallegravano tutte le case e il profumo di cibo, dei dolci di natale con le uvette e dei cappelletti inondava le vie anguste. Durante quelle ore di gioia, una donna diede alla luce un bambino. A causa dell'ora della nascita, il piccolo era destinato a diventare un lupo mannaro e tutti gli abitanti del paese lo sapevano.
Tuttavia, la gente del paese era forte e molto unita, e si 
strinse attorno alla piccola famiglia. Al ragazzino venne concesso di 
vivere in pace. Aveva un carattere particolarmente dolce e tenero, che 
si accentuava con la crescita. Giocava con gli altri bambini del paese all'ombra dei pioppi alti, conduceva le capre e il bestiame 
al pascolo lungo le rive del fiume Po e aveva imparato a produrre vino e 
formaggi.
Una notte all'anno, per, quando le campane risuonavano per la?messa della vigilia di natale, la maledizione si impossessava di lui. Al primo rintocco si strappava gli abiti e, urlando, cadeva al suolo. Si rotolava nelle strade sporche del paese, respirando affannosamente e sbavando e mentre si contorceva il corpo si allungava e mutava. Quando si rialzava aveva assunto le sembianze di un lupo. Con gli occhi gialli e brillanti e con la bocca piena di bava, si avventava sui genitori e sui vicini. Quando era piccolo la gente di S.Angelo cercava di trattenerlo ma crescendo dovettero cominciare ad allontanarlo con bastoni, cercando per di non fargli del male. Sapevano che alla fine si sarebbe diretto verso i campi, senza far pi ritorno fino alla mattina successiva e lo lasciavano andare via. Mettevano al sicuro il bestiame e pregavano per l'anima del ragazzo.
All'alba del giorno di natale, il giovane ritornava, pallido, stanco e sporco di sangue. Dormiva tutto il giorno e poi riprendeva la sua vita normale. I vicini lo trattavano senza alcuna discriminazione e le loro figlie lo ammiravano. All'et di ventitr anni, egli spos la bella figlia di un contadino, che
conosceva da tutta la vita e form una famiglia propria, come facevano gli altri giovani del paese.
Erano una coppia felice e assennata. Affrontarono con coraggio e determinazione il problema del giovane marito. I due decisero che ogni vigilia di Natale, prima di mezzanotte, la moglie lo avrebbe allontanato da casa. Avrebbe chiuso le capre nella piccola stalla attigua all'abitazione e poi si sarebbe rifugiata in casa. Avrebbe vegliato tutta l notte e non avrebbe aperto la porta per nessuna ragione, finch non avesse sentito bussare tre volte. Questo significava che il marito aveva assunto di nuovo sembianze umane e perso il desiderio di sangue e quindi non avrebbe pi fatto del male a nessuno.
Cos vissero felicemente per qualche anno. Ogni vigilia di Natale la donna faceva uscire il marito prima che la furia omicida si impossessasse di lui. Ogni anno aspettava per tutta la notte mentre la creatura che si era impadronita di suo marito graffiava e ululava nel buio. L'alba portava sempre i tre colpi secchi e al terzo la donna apriva la porta per fare entrare suo marito nudo, col viso cinereo. Lo lavava con una spugna per ripulirlo dal sangue e poi lasciava che si riposasse nel letto nuziale.
Sarebbe proseguito in questo modo se la moglie non avesse commesso un fatale errore. Accadde un anno, mentre la donna era incinta del primo figlio. Come aveva fatto in precedenza, allontan suo marito e si sistem accanto al camino per riposarsi. Nel corso della notte, le parve di udire alla porta i tre colpi del marito (queste sono solo supposizioni, in quanto la donna aveva tolto il catenaccio e aperto la porta con la chiave).
La mattina di Natale, la gente del paese raggiunse la piccola casa accompagnando lo sventurato giovane, dopo averlo trovato mentre girovagava nudo, piangendo e borbottando: le labbra erano screpolate e ricoperte di croste di sangue, cos come i capelli. Con la solita gentilezza i compaesani si erano presi cura di lui.
Non appena giunti sul posto, scoprirono la tragedia. La porta
della casetta era aperta e dentro l'aria era fredda e pervasa da un odore aspro. Le ceneri del fuoco, sparpagliate ovunque, ricoprivano il tavolo che una volta brillava, accanto al focolare era la culla vuota; sul pavimento, frammenti di ceramica e il cadavere della giovane moglie, orribilmente mutilato fino quasi a risultare irriconoscibile.
I paesani fecero ci che poterono. Seppellirono i resti della moglie e del bambino che portava in grembo. Continuarono a sorvegliare il marito ma presero le distanze da lui e dal male che lo possedeva. Un giorno, non molto tempo dopo, eludendo la sorveglianza dei compaesani, incapace di convivere con ci che era e con ci che aveva fatto, l'uomo si accoltell, arrendendosi al buio eterno.
Una morte prematura pose cos termine a ci che una nascita infausta aveva scatenato. In verit, la gente di S.Angelo, seppur tollerante, si sent sollevata alla morte del giovane che aveva vissuto tra loro come un fratello.
Avevano visto ci che i denti da lupo mannaro potevano fare ed erano rabbrividiti nel constatare la maledizione che aveva caratterizzato la sua vita.
La loro reazione fu del tutto naturale per quel periodo carico di terrore, cos come, del resto, in qualsiasi altra epoca.
Generalmente, i lupi mannari, indipendentemente dalla loro gentilezza come esseri umani, venivano perseguitati dai loro compagni.
Questo  quanto accadde in Britannia, ad esempio, dove i
trovatori cantavano da molto tempo la ballata di bisclavaret?
"lupo mannaro". Si narrava di un giovane barone che era stato vittima di un incantesimo di origine sconosciuta. Per tre notti ogni settimana, l'uomo girovagava da solo nelle foreste che ricoprivano le sue propriet. Spinto dalla necessit, si toglieva gli abiti che lo aiutavano a conservare un aspetto umano, e cacciava gli animali della foresta fino al mattino, quando si rivestiva per riassumere le solite sembianze.
Il barone aveva una moglie. L'inizio del matrimonio era stato felice e avrebbe potuto continuare cos, se non fosse stato che la donna, insospettita dalle assenze del marito, lo indusse con lusinghe a svelarle il suo segreto. Una volta scoperta la verit, l'atteggiamento della donna cambi radicalmente, disgustata e atterrita dall'antica magia vedeva ora nel suo sposo solo la bestia.
Insensibile al dolore di lui, la donna si consol scegliendosi un amante e decidendo di liberarsi dell'uomo che ora odiava. Segu il barone nella foresta e rub gli abiti che egli aveva abbandonato, sperando cos di vivere in tutta tranquillit con il proprio amante.
Il barone, condannato a girovagare come un animale, si struggeva. ??? era in grado di parlare e gli istinti bestiali lo abbandonarono finch, umiliato, divenne una sorta di giocattolo per il re bretone. Alla fine, tuttavia, cantavano i trovatori, il tradimento della moglie venne scoperto. Il barone acquis di
nuovo sembianze umane e la perfida donna and in esilio.
Questo racconto  emblematico dell'odio che la maggior parte degli esseri umani nutriva verso le vittime di incantesimi malvagi. In molti paesi si riteneva che la giusta fine per i mannari fosse la morte, indipendentemente dalla causa della loro condizione. Anche se si temeva che queste creature potessero ritornare sotto forma di vampiri, esse erano cacciate spietatamente come lupi selvaggi o, a dire il vero, come qualsiasi altra cosa diversa dalla norma.
Ci nondimeno, qualcuno riteneva che si potesse spezzare l'incantesimo maledetto adottando provvedimenti diversi dall'uccisione, che richiedevano un coraggio notevole da parte degli uomini e delle donne che dovevano affrontare i lupi mannari. Si pensava che guardando la bestia negli occhi e rivolgendole la semplice accusa "Sei un lupo mannaro", o pronunciando per tre volte il nome umano della bestia, la natura animale si sarebbe subito ritirata. Si raccontava anche che la maledizione non avrebbe avuto pi alcuna efficacia, se un mortale avesse punto il cranio dell'uomo-bestia e ne avesse prelevato tre gocce di sangue. Una ferita di questo tipo si sarebbe risanata e il male peggiore, lo spirito umano malefico, sarebbe guarito per sempre.
Tattiche di questo tipo richiedevano non solo coraggio ma anche una generosit d'animo e un amore profondo per il prossimo. Un racconto francese testimonia ci che la comprensione umana riusciva ad ottenere da queste creature delle tenebre.
La storia ha inizio con il tradimento di un padre nei confronti della figlia. I dettagli sono meno importanti delle conseguenze ma, in breve, ecco cosa accadde. L'uomo era un mercante e attraversava un momento difficile. Durante i suoi viaggi aveva percorso il magico territorio di una bestia, cadendo in suo potere; aveva scatenato le ire di questa creatura e, secondo le regole del luogo, era stato costretto a decidere se sacrificare la propria vita o quella della figlia. La giovane si chiamava Bella ed egli l'adorava,- eppure, la paura di morire era pi forte del suo amore e quindi, piangendo per il destino della donna, come sottolineavano i cantastorie, il mercante torn a casa e annunci alla fanciulla che doveva essere sacrificata.
Un pomeriggio di gennaio, dopo una giornata a cavallo tra le foreste di alberi spogli e neri e sotto un cielo ricoperto da nuvole minacciose, lasci la figlia vicino ad un ponte di pietra, accanto alle acque scure di un lago, proprio come gli era stato
ordinato e si allontan a cavallo; era finalmente un uomo libero.
Bella rimase per qualche istante dove il padre l'aveva lasciata. Davanti a lei vi era un ponte che attraversava il lago e conduceva verso un castello. Alle sue spalle i rami degli alberi della foresta fischiavano e si muovevano sospinti dal vento.
La fanciulla non aveva scelta: doveva proseguire. Non appena mise piede sul ponte, le enormi porte del castello si spalancarono ma lei non riusciva a scorgerne l'interno, perch il portale ad arco era ricoperto da una coltre di fumo. Attravers il ponte, quindi il passaggio a volta, uscendo nuovamente alla luce del giorno.
In quel luogo, per, la luce aveva un che di diverso. Le mura del castello, che parevano d'oro, erano circondate da un cielo azzurro, costellato di nuvole a forma di agnellini danzanti. Ai piedi del castello si stendeva un giardino, un mosaico delimitato da volute
verdi e piramidi di agrifoglio coperte di bacche rosse, rallegrato da fiori di tutte le stagioni: bucaneve e croco, tulipani e iris, peonie e aquilegie. Al centro del giardino si ergeva una torre che pareva osservare Bella da centinaia di finestre.
Entrando con una certa riluttanza, la fanciulla si tolse il cappuccio del mantello e passeggi lungo i sentieri intrecciati del giardino, cercando tracce di colui che la teneva prigioniera. Per quanto guardasse, tuttavia, non scorse alcun segno di vita. Il giardino era tranquillo e l'aria ancora intrisa del profumo di fiori. La sera cominci a calare e il gelo invase il giardino. Facendosi coraggio, Bella si avvicin al castello: non desiderava incontrare il padrone di casa nel cortile buio.
Le porte erano aperte e lei si ritrov in un atrio dalle pareti bianche, nel quale echeggi il suono di una cascata di
campane. In un grande camino in fondo all'atrio si accese un fuoco. Alle pareti le fiamme delle candele si alimentavano e risplendevano.
incoraggiata, Bella cominci la sua esplorazione. Bench non incontrasse nessuno, dovunque andasse gli oggetti inanimati prendevano vita: le candele si accendevano per illuminarle la strada, le porte si aprivano su stanze ricoperte di arazzi e le persiane si spalancavano per farle ammirare panorami nuovi di giardini illuminati dalla luna. Trov una camera contrassegnata col suo nome e colma di tesori che la fecero sorridere: una scacchiera di cristallo le cui pedine si inchinavano gentilmente verso di lei, un liuto intarsiato che emetteva un suono dolce quando lei lo guardava, una bacinella e una brocca in argento che emanavano nuvole di vapore profumato, un armadio le cui ante si erano aperte per offrire un arcobaleno di vestiti che frusciavano timidamente al suo sguardo e un bel letto tutto bianco. Accanto al letto vi era un tavolo apparecchiato con tazze d'argento e piatti d'oro. Bella osserv attentamente il tavolo e il suo
sorriso si spense: era apparecchiato per due persone.
Sospir e si prepar al sacrificio. Con l'aiuto della biancheria servizievole e della brocca timida e ansiosa, fece il bagno. Dopo una disputa tra gli abiti contenuti nell'armadio - ciascuno impaziente di essere indossato - si vest. Finalmente, frusciante nei suoi abiti di seta, si avvicin al tavolo per aspettare la creatura a cui suo padre l'aveva offerta.
Bella trascorse un'ora intera seduta senza muoversi, ignorando i calici di vino che scivolavano speranzosi verso la sua mano. Finalmente, dal corridoio giunse un suono, un ritmico tintinnio che si arrest sulla soglia; quindi, la porta si apr e Bella si alz per affrontare il proprio destino. Una creatura con sembianze bestiali occupava tutto l'ingresso della stanza. Colpendo affannosamente lo stipite della porta, si. alz sulle zampe posteriori e si trascin dentro la camera, portando con s un cattivo odore di ammoniaca e di muschio. Dopo un rapido sguardo alla creatura, che svel una testa pesante piegata verso il basso da zanne ricurve, e gambe lunghe che terminavano con zampe artigliate, la fanciulla pieg la testa, rassegnata ad una morte certa. Con grande stupore di Bella, invece, la bestia non l'aggred ma cominci a parlarle inizialmente con voce goffa e sgraziata. La fanciulla riusciva ugualmente a capirlo e avvert una nota di amarezza nelle parole del suo ospite.
"Mia cara, ti piace ci che vedi?", domand la Bestia.
Bella esit e subito la Bestia replic con il suo tono pi gentile: "Non ti far del male. Non ti toccher, a meno che tu non mi permetta di farlo. Concedimi soltanto di sedere accanto a te per un momento".
Bella annu e si lasci cadere di nuovo sulla sedia. Non guard mentre la Bestia prendeva posto a tavola ma con la coda dell'occhio scorse della carne rossa e un osso bianco, apparsi nel piatto che prima era vuoto. La Bestia chin la testa e inizi a mangiare. Respirando pesantemente, masticava, leccava e annusava, mentre lei teneva lo sguardo fsso sul suo piatto d'oro, dove si era materializzato un piccolo galletto con contorno di salsine: il cibo aveva un aspetto assai appetitoso ma Bella non mangi neppure un boccone.
Nonostante la sua compagnia fosse alquanto insolita, al termine
della serata Bella si scopr piacevolmente sorpresa. Quando la Bestia fin di mangiare, si scost affinch lei non sentisse pi il suo cattivo odore. Cominci a parlare e la sua conversazione era talmente affascinante che alla fine la fanciulla dimentic l'aspetto ripugnante del suo interlocutore e si lasci coinvolgere dalle sue parole. Ad una risata di Bella, la Bestia fece una pausa, quindi disse: "Sono obbligato a porti una domanda: mi sposerai?". Bella scosse il capo e poi, tremando, intrecci le braccia sul petto. La creatura si sedette, restando immobile come un animale spaventato. Bella lo guard e vide gli occhi di velluto della Bestia, contornati da ciglia lunghe come quelle di un uomo e luccicanti di lacrime.
Si conged da lei e con passo incerto si allontan dalla stanza, ricadendo su tutte e quattro le zampe mentre raggiungeva la soglia. Scomparve nel corridoio e la porta si chiuse alle sue spalle. Nella stanza le candele vacillarono e si spensero; i piatti sul tavolo sparirono e con un colpo secco le tende del letto si aprirono, ordinandole, cos, di dormire.
Durante la notte, gli artigli della Bestia risuonarono nel corridoio fuori dalla camera di Bella. Quindi, la ragazza sent una porta sbattere in lontananza e, ancora pi tardi, ud un urlo acuto, il pianto di morte di qualche piccolo animale nel giardino ma nient'altro.
non vide pi la Bestia fino alla sera successiva, quando torn nella sua camera. Ancora una volta parl con lei e i suoi discorsi furono piacevoli. Come era gi accaduto, le chiese di sposarlo ma, al suo rinnovato rifiuto, si allontan in silenzio. Intanto, i giorni passavano. Qualunque cosa Bella desiderasse le veniva concessa: libri da leggere, il liuto da suonare, il giardino per passeggiare.
Ogni sera la Bestia la raggiungeva. Dimostrando una grande sensibilit, non pranzava pi con lei ma la intratteneva con i suoi racconti e lei cominci a sentirsi a proprio agio in sua presenza. Dopo un po', permise alla creatura di sdraiarsi ai suoi piedi vicino al camino e una notte, con sua grande sorpresa, allung la mano per accarezzare il suo pelo lucido.
"Tu sei ci che i cortigiani chiamano beau laid, un'orrenda bellezza", disse.
Sotto la mano di Bella che lo accarezzava, la Bestia rimase in silenzio. Quindi le pose la domanda di sempre: "Mi sposerai?".
Come faceva ogni notte, Bella rifiut. Eppure, in seguito, mentre distesa al buio, udiva la Bestia passeggiare, il suo cuore era tormentato da una pena infinita.
Poco tempo dopo, profondamente turbata. Bella chiese di poter fare ritorno a casa. Colui che la teneva prigioniera si rifiut ma lei prese ad avanzare la sua richiesta ogni sera, con la stessa regolarit con cui l'ospite poneva la propria. Infine la Bestia disse: "Se tu mi lascerai e non farai ritorno, io morir".
Ella promise di ritornare se avesse avuto la possibilit di camminare tra i suoi simili ancora una volta. La Bestia le concesse il permesso di allontanarsi ma solo per un mese.
Bella part il mattino successivo su un cavallo apparso sul ponte insieme ad un mulo carico di monete d'oro.
"Denaro di sangue", disse severamente suo padre quando la accolse ma lo accett comunque.
In breve tempo, Bella aveva ripreso le abitudini di casa, sempre impegnata in faccende e chiacchiere tipicamente umane. Lasci passare il mese e rimase un giorno in pi e poi un altro ancora. Una notte, immagini terribili popolarono i suoi sogni. Voci la chiamavano dal profondo del sonno e una di queste era proprio la sua che ripeteva la promessa fatta alla Bestia. Bella si svegli di soprassalto e subito si alz. Prese uno dei cavalli del padre e si diresse verso i boschi. Erano avvolti nel buio e il viaggio procedeva lentamente, reso difficoltoso dai fitti rami frondosi che le si impigliavano nei capelli e le strappavano il mantello. Finalmente, nel tardo pomeriggio giunse a destinazione. Lanci il cavallo al trotto attraverso il ponte di pietra che conduceva al castello della Bestia.
I cancelli erano chiusi. Ella impart un ordine ma non si mossero.
Impaurita e in preda ad un turbinio di sentimenti che non era in grado di definire, Bella scese da cavallo e lo colp perch tornasse a casa dal padre. Spinse con tutta la sua forza i pesanti cancelli. Infine, con un cigolio che pareva di riluttanza, questi si aprirono abbastanza da permetterle di entrare in giardino.
Dinanzi ai suoi occhi si parava uno spettacolo desolante: un brutto groviglio di viti appassite, siepi ormai secche e cumuli di foglie morte. Corse in casa, chiamando a gran voce ma non ebbe risposta. L'atrio era silenzioso e scuro, pieno di polvere. Essa ordin che si accendesse la luce ma nessuna candela obbed al suo comando.
Bella perlustr la casa ansante e spaventata, afflitta da un terribile presentimento. Quindi, usc verso il giardino pi grande, dove trov la Bestia moribonda, sdraiata nella sporcizia. La pelliccia era arruffata e piena di spine, e gli occhi guardavano il cielo senza espressione. Si sdrai accanto alla creatura, gli gett le braccia attorno al collo e pianse per non aver mantenuto la promessa. Poi vide gli occhi della Bestia che guizzarono, lo scintillio di un'anima nel corpo dell'animale.
La Bestia la guard insistentemente, ed ella disse: "Se ancora "S".
La cascata d'argento delle campane risuon come era accaduto molti mesi prima. Si alz il vento e un'onda di foglie ricopr la Bestia.
Bella le rimosse ma la Bestia non c'era pi. Abbass la testa e le sue lacrime caddero sulla terra nuda.
Quando alz lo sguardo, vide dinanzi a s un uomo, alto, in un abito di velluto e con stivali in cuoio spagnolo. Quando parl, scopr che quella voce le era nota. "Mia cara", disse con uno scintillio negli occhi, "ti piace ci che vedi?".
La vecchia favola si conclude con la liberazione del giovane signore dalla sua prigione animalesca e, naturalmente, con le nozze con la fanciulla che l'aveva liberato. I cantastorie non concordano riguardo l'origine dell'incantesimo che lo aveva costretto a rimanere nel suo castello. Alcuni sostenevano che i suoi genitori erano stati maledetti; altri che una maga gli avesse gettato un incantesimo, costringendolo a diventare servo delle tenebre fino al momento in cui una donna non gli si fosse concessa spontaneamente. Su un particolare erano, invece, tutti d'accordo: la magia di cui l'uomo era stato vittima non eguagliava l'amore e il coraggio umani che l'avevano liberato.
L'umanit infatti rappresentava sempre l'ultima arma contro gli incantesimi delle tenebre e dell'irrazionalit. Il coraggio respingeva le creature della notte, l'amore e la lealt le tenevano a bada.
Con l'aumento della forza dell'umanit gli antichi demoni della notte cominciarono a perdere il proprio potere. I loro 


ricordi perdurarono nei vecchi racconti e negli incubi, nel timore della morte e nelle apparizioni casuali dei fantasmi, retaggio di un mondo pi antico, eredi degli dei delle tenebre che un tempo avevano tenuto il mondo in schiavit.

La fanciulla Volpe.

Col pelo di seta, gli occhi splendenti e un modo astuto e dolce di prendersi gioco degli altri, le piccole kitsune o volpi del Giappone erano amate e temute
dai mortali. Alcune kitsune erano al servizio del dio della mietitura e venivano venerate nei santuari dedicati a questa divinit, posti sul ciglio della
strada; nei templi vi era una moltitudine di belle volpi scolpite in pietra e con gioielli al posto degli occhi. La maggior parte delle kitsune, tuttavia,
erano bestie malvagie, che potevano assumere le sembianze di belle donne per privare gli uomini del vigore e della virt.
Tra queste kitsune la pi potente e longeva fu Tamamo no Ma. Durante la sua vita come essere umano, era stata una cortigiana talmente bella e scaltra
da essere chiamata Gioiello. Le sue vittime erano re e imperatori. Le orgini di Tamamo erano oscure. Si pensava che migliaia di anni prima del suo arrivo
in
Giappone, fosse stata la consorte di un re indiano e che apparisse a 
volte con sembianze femminili e altre come una volpe bianca a nove code. 
In entrambi i casi era spietata. Il suo piacere pi grande era
uccideregli innocenti. Alla fine venne espulsa dall'India.
Secondo la leggenda, la donna-volpe era apparsa successivamente in 
Cina, nell'harem di Chou Hsin, un tiranno della dinastia Shang. Per 
soddisfare i gusti stravaganti della donna, l'imperatore, infatuato, 
cre immensi giardini di piacere, in cui i laghi erano colmi di vino e 
gli alberi erano decorati con cesti di prelibatezze. Sapendo che Tamamo 
avrebbe apprezzato una pubblica e plateale umiliazione, ordin alle 
donne di corte di ballare nude tra i fiori di questi giardini per divertirla ma esse rifiutarono. Chou Hsin ide, allora, un divertimento 
ben pi crudele: costrinse le donne ad entrare in una fossa popolata da 
vipere e api. Come not Tamamo con voce suadente, a
quel punto le donne ballarono alacremente. Le poverette morirono soffrendo in modo atroce. La vita dissoluta alla corte cinese divenne una costante e il
popolo si ribell a questo scandalo. Tamamo venne giustiziata e il suo cadavere bruciato. Dalle ceneri, tuttavia, usc una volpe bianca come la neve che,
veloce come il vento, si diresse verso il Giappone.
Alla corte del Sol Levante, Tamamo assunse ancora una volta sembianze di donna e sedusse Toba, l'imperatore del Giappone che, stando in sua compagnia,
diventava sempre pi debole. In una notte tempestosa, svenne mentre pronunciava il suo nome. In quel momento, un'aureola luminosa circond la testa di
Tamamo. I consiglieri dell'imperatore la videro e scoprirono la vera natura della donna ponendole uno specchio di fronte al viso. Il vetro non riflett
un volto umano ma il muso peloso di
una volpe. In questo modo, la perfida magia fu vinta. La donna ritorn 
ad essere una volpe e si allontan tra i padiglioni del palazzo. Per 
qualche giorno la creatura rimase nelle vicinanze, uccidendo, quando 
riusciva, piccoli animali e uccelli, finch non venne inseguita dai cani 
da caccia.
La volpe fugg, ritirandosi nella brughiera solfurea di Nasu, nella 
parte centrale dell'isola di Honshu, dove i gufi cantavano
per tutta la notte
formando un triste coro e gli sciacalli gemevano al vento. Si racconta che in quel luogo la kitsune si fosse ritirata a vita solitaria su un masso nella pianura grande e cupa. Chi toccava o soltanto si avvicinava alla pietra non sopravviveva. Era cos velenosa, che i resti di insetti e uccelli morti ricoprivano la terra tutt'attorno. I poeti dicevano che solo le nuvole riuscivano a volare sopra Sessho-Seki, un nome che significa "Pietra della distruzione della vita".

Uno Scaltro Assassino.
Tutti i bambini conoscono la favola di Cappuccetto Rosso e la sua fuga miracolosa dal lupo cattivo, nelle epoche passate, tuttavia, era diffusa una versione pi crudele. In Germania, l'inverno era un periodo molto triste, in cui si vedevano i lupi affamati aggirarsi nei centri abitati in cerca di cibo. In realt, la creatura incontrata da Cappuccetto Rosso non era un semplice lupo: senza dubbio un tempo era stato un essere umano, giacch conosceva le abitudini degli uomini e l'ingenuit delle bambine.
 Scorgendo la piccola figura avvolta nel vivace mantello camminare lungo un sentiero nel bosco, il lupo avrebbe potuto assalirla ma attorno vi erano altri mortali. Quindi chiam la bambina dal sottobosco con voce gentile. "Dove vai, bella bambina?".
 Vedendo il muso argenteo simile a quello di un cane che la guardava dai rovi, Cappuccetto Rosso sorrise, felicissima di aver incontrato un animale parlante. "A casa di mia nonna, cane rispose. "La casa in fondo a questo sentiero". Subito il lupo concep un piano. Con un colpo di coda spar, dirigendosi a tutta velocit verso il piccolo cottage. Divor la nonna senza eccessivo entusiasmo, giacch era vecchia e rinsecchita. Quindi, prese posto nel comodo letto ed aspett.
 Dopo qualche minuto, la bambina buss alla porta. "Entra", disse il lupo soavemente.
 La bambina entr ma si ferm ad una certa distanza dal letto.
 "Nonna, che orecchie grandi che hai", disse Cappuccetto Rosso.
 "Per sentirti meglio, cara", rispose il lupo.
 La piccola si fece pi vicina: "nonna, che occhi grandi che hai".
 "Per vederti meglio, mia cara".
 Si avvicin ancora un po', "nonna, che denti grandi che hai".
 "Per mangiarti meglio ".
 Terrorizzata, la bimba si volse per scappare ma il lupo era veloce e in un istante i suoi denti afferrarono il mantello rosso. Quindi, assapor lentamente e con gran gusto la carne rosea e il sangue dolce e giovane di Cappuccetto Rosso. Ci che non riusc a mangiare lo port via e lo sotterr per consumarlo in seguito.

Una Vita Segreta.
Bench l'aspetto di un mannaro cambiasse nel corso della metamorfosi animalesca, il corpo e lo spirito rimanevano umani. Quindi, una ferita ricevuta sotto spoglie animali, si trasferiva inevitabilmente al corpo umano. Un racconto proveniente dalla Francia illustra chiaramente questo fatto.
 Vicino a Riom, nell'Auvergne, dove il paesaggio era una vasta pianura costellata da vette rocciose e fitte foreste, abitava un signore. Aveva incaricato un suo cacciatore di cercare il lupo che attaccava le sue greggi e un giorno, al tramonto, l'uomo trov l'animale in un bosco vicino ai pascoli della tenuta; lo spinse nel sottobosco e la creatura lo attacc.
 L'animale lo butt a terra ma l'uomo si riprese velocemente, estrasse il coltello da caccia e tagli una delle zampe anteriori della bestia. Con un ululato il lupo scapp via e scomparve nel bosco.
 Il cacciatore prese la zampa come trofeo e la mise in una scatola per mostrarla subito, orgogliosamente, al padrone. Quando, per, lo scrigno venne aperto, la zampa era scomparsa. Al suo posto, vi era la mano di una donna, con un anello al dito identico al sigillo del signore.
 Entrambi gli uomini compresero ci che era accaduto: la mano era quella della moglie del signore. Questi raggiunse a grandi passi le sue stanze. Come supponeva, vi trov i medici che la assistevano, intenti a curare ci che secondo lei era la conseguenza di un incidente: la mano sinistra era stata tagliata all'altezza del polso. "Ecco la tua mano, donna", disse il padrone di casa e ordin che la moglie venisse arsa sul rogo, perch era un lupo mannaro.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringrazia in modo particolare John Dorst, consulente, per la sua collaborazione nella preparazione di questo volume; si ringraziano, inoltre, anche le seguenti persone e istituzioni: Francois Avril, Curator, Dpartement des Manuscrits, Bibliothque nationale, Parigi; Piotr Bloriski, Parigi; John Christian, Londra; Peter Cormack, Deputy Keeper, William Morris Gallery, Walthamstow, Essex, Inghilterra; Xavier Deryng, Parigi; J.V.Earle, Keeper, Par Eastern Section, Victoria and Albert Museum, Londra; Rupert Paulkner, Par Eastern Section, Victoria and Albert Museum, Londra; Martin Forrest, Bourne Fine Art, Edimburgo, Scozia; Marielise Gpel, Archiv fr Kunst und Geschichte, Berlino; Jean Grenyer, Sime Memorial Gallery, Worplesdon, Surrey, Inghilterra; Kenichiro Hashimoto, Yokohama; Dieter Hennig, Director, Brder-Grimm-Museum, Kassel, Germania; Christine Hofmann, Bayerische Staatsgemldesammlungen, Monaco; G. Irvine, Department of OrientalAntiquities, British Museum, Londra; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlino; Kunsthistorisches Institut der Universitt, Bonn; Gabriele Mandel, Milano; Luisa Ricciarini, Milano; Lores Riva, Milano; B.W.Robinson, Londra; Mitsuhiko Shibata, Tokyo; Tessa Sidey, Assistant Keeper, Department of Fine Art, Birmingham Museum and Art Gallery, Inghilterra; Evelyn Silber, Deputy Keeper, Department of Fine Art, Birmingham Museum and Art Gallery, Inghilterra; Jinichi Suzuki, Tokyo.
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FINE.